La celebrazione, lo scorso 23 marzo, della giornata mondiale
dellacqua, è stata unoccasione per fare il punto della situazione
delle risorse idriche nel nostro Paese. Una gestione dissennata e dispersiva
della risorsa naturale più preziosa per lambiente e per la salute,
come hanno denunciato Legambiente ed altre organizzazioni ambientaliste.
Lo stesso Capo dello Stato, ha sottolineato la necessità di risposte concrete
per affrontare le notevoli carenze nella gestione del patrimonio idrico,
aggravate ancor di più dalle preoccupanti alterazioni degli equilibri
ecologici, dalla progressiva desertificazione di alcune zone del Sud dItalia
e dagli ormai frequenti eventi alluvionali. Secondo recenti indagini,
lo sfruttamento delle falde acquifere nel nostro Paese supera largamente
la capacità di rigenerazione, con la conseguenza che molte falde sono
condannate all'esaurimento. Le statistiche inoltre ci dicono che il 70%
dellacqua di falda è utilizzato per fini agricoli, il 20% a fini
industriali e solo il 10% per scopi civili, dimostrando luso improprio
che si fa delle risorse idriche. Infatti, è assurdo, nella situazione
attuale, continuare ad utilizzare acqua di prima qualità come quella di
sorgente, per soddisfare le esigenze dei comparti agricoli e industriali,
per le quali esigenze sarebbe semplicemente sufficiente riciclare le acque
reflue. Agli usi impropri, si aggiungono le perdite dovute a tubazioni
vecchie e sconnesse, costruite con materiale di cattiva qualità, che sperperano
circa il 30% delle risorse idriche, il che vuol dire che su tutta lacqua
erogata, un litro su tre viene buttato via.
Cè poi da considerare laspetto dellinquinamento
dellacqua, sempre più soggetta allazione di fertilizzanti,
antiparassitari, idrocarburi e altri prodotti chimici, rilasciati dallagricoltura,
dallindustria, dai trasporti, che alterano la qualità delle acque,
sia superficiali sia sotterranee, contribuendo alla scarsità di acqua
potabile.
A sette anni dallentrata in vigore della legge di
riforma del settore idrico, la n.36 del 1994, conosciuta come "legge Galli",
i ritardi nellattuazione della stessa impediscono una gestione del
settore fondata su criteri di efficienza e imprenditorialità. Sulle inefficienze
pesa fortemente la polverizzazione del settore idrico, affidato a più
di ottomila tra enti e imprese diverse. La gestione estremamente frammentata
ostacola gli investimenti per la manutenzione e lammodernamento
delle reti idriche, per cui sarebbero necessari attualmente investimenti
tra gli ottantamila e i centomila miliardi di lire. Quando sarà attuata
pienamente la riforma Galli, gli enti gestori dei servizi idrici, siano
essi pubblici o privati, saranno non più di cento.
Aspetto non secondario della gestione del settore idrico,
è la giungla tariffaria che caratterizza le realtà municipali del Paese,
cosicché se uno abita a Forlì paga lacqua 2750 lire al mc, mentre
se abita a Milano, la paga poco più di 1000 lire, passando per le 2450
lire di Bari, e le 1400 di Cosenza, senza quindi una diretta correlazione
con la disponibilità delle risorse idriche locali.
Se la divisione dellItalia nel regime tariffario
è "a macchia di leopardo", è invece ben netta la divisione tra Nord e
Sud del Paese per quanto riguarda la quantità dacqua potabile disponibile
per ciascun individuo. Nelle Regioni del Nord come Trentino, Friuli e
Valle dAosta, cè una disponibilità giornaliera da 400 a 600
litri dacqua potabile a persona, nel Mezzogiorno tale disponibilità
non supera i 150 litri. Inoltre in molti casi nelle Regioni più povere
dacqua, come la Sicilia o la Sardegna, alla poca acqua che esce
dai rubinetti è "imbevibile", il che contribuisce non poco ad aumentare
il consumo dacqua minerale. Come hanno denunciato le associazioni
dei consumatori, il paradosso delle acque minerali in circolazione è che
i consumatori pagano fino a 1.000 volte di più per una bottiglia dacqua,
che almeno nella metà dei casi ha le stesse caratteristiche di quella
che esce dal rubinetto.
In questo quadro sconfortante, lunica buona notizia è il recepimento
nelle scorse settimane, tramite decreto legislativo, della direttiva europea
che stabilisce limiti più severi per le sostanze inquinanti presenti nellacqua
potabile.
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