Tra gli asini, quello dell'Amiata, quello romagnolo piuttosto che quello
sardo o ragusano. Tra i bovini, sicuramente c'è la chianina-maremmana,
la montana, la modicana, la reggiana e la varzese-ottonese di cui ne sono
rimaste solo 13 mandrie, senza parlare della calvana di cui ne rimangono
sette. Solo i grandi animali domestici italiani sono in estinzione? Certamente
no, basta vedere l'immenso rischio che vige fra il mondo caprino dove
potrebbero scomparire, in pochissimi anni, ben otto varietà tra
cui le rarissime sarda di Tavolara e l'argentata dell'Etna. Possiamo quasi
dimenticarci, poi, delle pecore bellunesi o della cornella bianca, della
rosset, dell'istriana e della brigasca se non fosse che, alcuni impavidi
e romantici allevatori, ne custodiscono ancora limitatissimi capi.
Alcuni tipi di insaccati potrebbero diventare "sapori della memoria"
se non si trovasse, in breve tempo, una soluzione per preservare il suino
delle Nebrodi e delle Madonie, la mora romagnola, il maiale siciliano
e quello calabrese, per non parlare della prestigiosa, quanto rara, cinta
senese.
Tutto ciò si evidenzia dalla Terza lista mondiale delle specie
domestiche animali a rischio (World Watch List for domestic animal diversity).
Un libro di oltre settecento pagine prodotto dagli esperti FAO (Food and
Agricultural Organization) e dall'UNEP (United Nation Environment Programme)
che hanno censito ben 6.500 razze in allevamento in centosettanta paesi
del globo.
"Due razze di animali in allevamento vanno perdute ogni settimana
- spiega Keith Hammond, esperto Fao di risorse genetiche animali -. La
cosa preoccupante è che, dal 1995 ad oggi, la proporzione di mammiferi
minnacciati dall'estinzone è passata dal 23 al 35 per cento. Se,
poi, consideriamo il mondo degli uccelli, la situazione è ancora
peggiore: nel 1995 erano a rischio il 51 per cento delle razze allevate,
oggi siamo addirittura al 63 per cento. Se non si farà nulla per
invertire questa tendenza, 2.255 razze non esisteranno più".
Un velocità di estinzione troppo rapida per gli animali domestici.
Velocità che mette a repentaglio la sicurezza alimentare in moltissimi
paesi del sud del mondo e non evita gravissimi danni anche nei paesi industrializzati
che, comunque, basano un quarto del valore economico totale del settore
agricolo sull'allevamento.
Inoltre, la biodiversità genetica degli animali domestici garantisce
anche un'alimentazione equilibrata, capace di prevenire alcune malattie
causate dalla mancanza di varietà alimentare. Nei paesi poveri
la biodiversità diventa conditio sine qua non poiché, è
dimostrato che le monocolture come i monoallevamenti portino alla malnutrizione
e le popolazioni subiscano serie carenze per lo sviluppo.
Per mantenere la varietà genetica, negli anni sono state realizzate
molte azioni, tra cui esportazioni di mandrie o greggi - come le bufale
casertane trasferite in Congo e poi in Mozambico -, ma tale biodiversità
genetica delle risorse zootecniche in allevamento non ha dato buoni risultati.
Basta osservare il grande flusso di animali, dai paesi industrializzati
verso quelli in via di sviluppo, impostato per incrociare o rimpiazzare
le razze locali. Risultato: gli animali provenienti dai paesi del nord
del mondo sono certamente più produttivi, ma soccombono di fronte
al clima estremo o alle malattie tropicali e subtropicali. Lo scarso adattamento
impone, perciò, un ripensamento di tutti i sistemi di allevamento,
a cominciare dalla loro stessa alimentazione. Un esempio? Usare tutti
gli scarti nobili delle industrie alimentari come in Sudafrica, dove usano
la polpa di ananas o in alcuni allevamenti italiani, dove si foraggia
con la buccia del pomodoro da industria.
Secondo alcuni, però, la biodiversità potrebbe essere garantita
dalla tecnica come, per esempio, attraverso le biotecnologie. Secondo
Hammond, in effetti, le biotecnologie potrebbero aiutare a migliorare
le razze, ma non possono ricrearle così com'erano prima dell'estinzione.
Di fatto, il problema delle biotecnologie risulta, ancora oggi, troppo
scottante e ad uno stato troppo primordiale per stabilirne i pro e i contro.
Sicuramente, l'ingegneria genetica è sempre più legata alle
biodiversità e, non è un caso, che in molti Paesi del globo
i governi stiano costituendo delle banche genetiche sia vegetali sia animali
sotto la diretta tutela dei Ministeri della Difesa.
La tutela delle biodiversità anche di animali in allevamento ha,
dunque, un nuovo valore: non più solo a carattere agricolo-sociale
legato alla sicurezza alimentare, ma anche a carattere politico-economico.
Su queste nuove banche verteranno molti interessi del futuro e, in caso
di tensione, potrebbero paradossalmente diventare una sorta di nuovo potenziale
armamento per un Paese.
Non occorre fare fantapolitica per comprendere che la maggior parte di
biodiversità zootecniche appartiene all'emisfero australe, sebbene
i paesi del nord del mondo abbiano allevamenti intensivi e più
produttivi.
L'Italia, in questo contesto comunque acquisisce un ruolo strategico:
in un territorio limitato ha una grandissima biodiversità e le
razze domestiche citate hanno un enorme valore genetico, anche perché
producono serie merceologiche di elevato valore aggiunto.
Che fare dunque? Per esempio, puntare sulla tutela e la conservazione,
a livello imprenditoriale, anche di razze considerate amatoriali; promuovere
parchi didattici con specie domestiche piuttosto che quelle esotiche;
favorire le denominazioni di origine con appositi disciplinari e, magari,
studiare nuovi prodotti di alta qualità per mercati internazionali
sempre più globali ed esigenti.
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