Dal 1993 al 1997 la superficie coltivata biologicamente in Europa è
passata da 890.000 a 2,2 milioni di ettari (per intenderci, l'equivalente
del territorio dell'Emilia Romagna, Appennini e riviera adriatica compresi).
Mancano dati complessivi più aggiornati, ma se il tasso di crescita
europeo si avvicina a quello italiano, non si dovrebbe essere lontani
dai 3 milioni di ettari (un'Emilia Romagna più le Marche, coltivate
senza un grammo di sostanze chimiche di sintesi).
Come si coltivano i campi
In agricoltura biologica non si utilizzano sostanze chimiche di sintesi
(concimi, diserbanti, anticrittogamici, insetticidi, pesticidi in genere).
Alla difesa delle colture si prowede innanzitutto in via preventiva, selezionando
specie rustiche e resistenti alle malattie, e intervenendo con tecniche
di coltivazione appropriate, come, per esempio:
la rotazione delle colture (non coltivando consecutivamente la stessa
pianta, ostacolando così da un lato l'ambientarsi dei parassiti,
e dall'altro usando in modo più razionale e meno intensivo le sostanze
nutrienti del terreno); la pianturnazione di siepi ed alberi (che, oltre
a ricreare il paesaggio, danno ospitalità ai predatori naturali
dei parassiti e fungono da barriera fisica a possibili inquinamenti esterni);
la consociazione (coltivando in parallelo piante sgradite l'una ai parassiti
dell'altra).
I fertilizzanti sono naturali, come il letame opportunamente compostato;
nell'agricoltura convenzionale dei mega-allevamenti industriali il letame
è considerato un rifiuto, e costituisce un enorme problema: non
c'è terreno a sufficienza per smaltirlo. In agricoltura biologica,
invece, costituisce una ricchezza insostituibile in sostanze nutrienti
per il terreno. Si usano anche altre sostanze organiche compostate (sfalci,
ecc.) e sovesci, cioè incorporazioni del terreno di piante appositamente
seminate, come trifoglio 0 senape.
In caso di necessità, per la difesa delle colture si interviene
con sostanze naturali vegetali, animali, 0 minerali: estratti di piante
(ad esempio il piretro, che deriva da una pianta erbacea), insetti utili
che predano i parassiti, farina di roccia 0 minerali naturali (come il
rame e lo zolfo) per correggere struttura e caratteristiche chimiche del
terreno o per difendere le coltivazioni dalle crittogame, ecc.
Come si allevano gli animali
Nell'Unione europea lo spazio a disposizione di una gallina ovaiola
è di 450 centimetri quadrati. Se non ci si riflette, sembrano tanti.
In realtà, in un foglio da fotocopie, di centimetri quadrati ce
ne stanno 620. Facendo quattro conti, ci si rende conto che sullo spazio
di un foglio protocollo, con la benedizione europea, passano l'intera
loro vita tre galline. Dice Franco Zecchinato, del Comitato. esecutivo
dell'Aiab:
"Nei nostri disciplinari sono vietati il taglio del becco, le bruciature
dei tendini delle ali e ogni altra mutilazione. È vietato mettere
"occhiali" al pollame. È vietato l'uso di ogni sostanza
di origine sintetica che favorisca la crescita o la produzione, che aumenti
l'appetito 0 ostacoli lo sviluppo normale dell'animale. È vietata
l'alimentazione contro la volontà (niente foie gras, insomma),
i foraggi e i mangimi devono provenire da agricoltura biologica. È
vietato l'uso di farmaci, alcali, acidi, ormoni, antibiotici, composti
azotati, coloranti e altri prodotti farmaceutici di sintesi. È
vietata l'alimentazione del bestiame con prodotti animali, salvo i lombrichi
che i polli si trovano da soli. È obbligatorio garantite almeno
otto ore continuative di riposo nel periodo di buio... Nei giorni di "pollo
pazzo" siamo stati subissati di richieste di informazioni, e molti,
leggendo le nostre norme, sono caduti dalle nuvole: a nessuno sarebbe
venuto in mente che negli allevamenti si potesse tagliare il becco, si
mettessero gli occhiali, si alimentassero i capi a forza, perdipiù
con mangimi contenenti di tutto.
È invece la dura realtà di molti allevamenti convenzionali
in batteria, in cui le condizioni di vita del bestiame rendono non infrequenti
squilibri comportamentali che possono arrivare al cannibalismo. Le galline
vengono occhialate per non distrarle dal loro compito di mangiare e deporre
in continuazione. Si dice che molti bambini non hanno mai visto un vitello
o un pollo vivo. Neppure molti adulti hanno mai messo il naso negli allevamenti
industriali, delle vere e proprie fabbriche di carne, di latte e di uova.
Invece il prosciutto, l'uovo e la fettina di vitello provengono da un
animale vero, al quale è dovuto rispetto per le sue esigenze etologiche
e al quale si deve garan tire benessere."
Nell'allevamento biologico la scelta delle razze tiene conto della capacità
di adattamento alle condizioni ambientali, della loro vitalità
e resistenza alle malattie. La preferenza va a razze e tipi genetici autoctoni,
tradizionalmente adatti allo specifico ambiente. La tutela della salute
degli animali si basa sulla prevenzione, su condizioni di allevamento
che garantiscano un'elevata resistenza alle malattie e che stimolino le
difese naturali, con un'alimentazione equilibrata e idonea a soddisfare
i fabbisogni.
Per ogni specie è stabilito lo spazio minimo vitale da garantire:
oltre al pollaio coperto, ogni gallina deve disporre di almeno 5 metri
quadrati di superficie erbosa. Per intenderci: mentre in un allevamento
convenzionale 20 galline hanno a disposizione meno di 1 metro quadrati,
in un allevamento biologico hanno a disposizione 100 metri quadrati, lo
spazio di un bell'appartamento. Per ogni vitellone dev'esserci mezzo ettaro
a disposizione: sempre per chi non è pratico di are e centiare,
è uno spazio che equivale a 50 degli appartamenti di prima. Insomma,
un altro modo di intendere l'allevamento e l'agricoltura.
Ma ci si può fidare
L'agricoltura biologica è l'unica forma di agricoltura controllata
in base a leggi europee e nazionali. Non sono controllate, infatti, né
l'agricoltura convenzionale né l'agricoltura integrata. Nel biologico
non ci si basa su dichiarazioni dell'azienda, ma su un Sistema di Controllo
uniforme in tutta l'Unione Europea e stabilito, sia per la coltivazione
delle piante che per l'allevamento degli animali, da appositi regolamenti
della Comunità europea. L'azienda che vuole avviare la produzione
biologica notifica la sua intenzione alla Regione e a uno degli organismi
di controllo autorizzati (nove in tutta Italia).
L'organismo procede alla prima ispezione con propri tecnici specializzati,
che esaminano l'azienda e prendono visione dei diversi appezzamenti, controllandone
la rispondenza con i diversi documenti catastali, dei magazzini, delle
stalle e di ogni altra struttura aziendale. Se dall'ispezione emerge il
rispetto della normativa, l'azienda viene ammessa nel sistema di controllo,
e awia la conversione, un periodo di disintossicazione del terreno che,
a seconda dell'uso precedente di prodotti chimici e delle coltivazioni,
può durare due o più anni.
Solo concluso questo periodo di conversione, il prodotto può essere
commercializzato come di produzione biologica.
L'organismo provvede a più ispezioni l'anno, anche a sorpresa,
e preleva campioni da sottoporre ad analisi. Solo le aziende controllate
da organismi autorizzati possono definire le loro produzioni come provenienti
da agricoltura biologica.
La legge prevede che l'organismo di controllo sia indipendente e non schierato
"dalla parte dei produttori". Nella commissione di certificazione
di AIAB, siedono un rappresentante dell'Associazione Italiana Qualità,
il responsabile nazionale agricoltura del W.W.F., (come componente tecnicoscientifica),
due rappresentanti delle associazioni dei consumatori (ACU Associazione
consumatori utenti e Movimento consumatori) e due agricoltori: è
chiaro che non c'è alcuno sbilanciamento verso i produttori. Alcuni
organismi di controllo hanno inteso rafforzare l'immagine di trasparenza
ed efficienza dei loro controlli, sottoponendosi alle procedure di ispezione
e accreditamento (volontarie e non dovute) da parte di organismi nazionali
ed internazionali di accreditamento.
Altre agricolture altre differenze
Controlli a parte, la differenza tra agricoltura biologica e le altre
forme di agricoltura ritenute a basso impatto ambientale è sostanziale:
la lotta integrata prevede un graduale abbandono della chimica combinando
varie tecniche tra le quali la Zotta guidata (giungendo a riduzioni del
50% degli antiparassitari e del 25% dei fertilizzanti) e la lotta biologica
(lancio nelle colture di insetti predatori dei litofagi).
In questo modo la lotta integrata, viene a costituire un addolcimento
dell'agricoltura convenzionale, permettendo di usare meno prodotti chimici,
ma non ne prevede l'eliminazione. Dato che i formulati di sintesi non
sono biodegradabili, il problema dell'accumulo di residui inquinanti nell'ambiente
è così solo posticipato e non certo eliminato.
L'ecosistema non è un bene rinnovabile all'infinito; l'uso della
chimica di sintesi ne comporta un grave impoverimento, rendendo necessario
l'uso di quantità sempre maggiori di fertilizzanti, finché
gli appezzamenti privi di sostanza organica, si sterilizzano, si desertificano
e non rendono più nulla. Non è uno scenario pessimista,
e non è particolarmente lontano dalla nostra realtà locale:
la F.A.O. ha definito la Pianura Padana "un deserto coltivato a mais".
E se questo vale per i residui nell'ambiente vale anche, in differente
misura, per i residui nei prodotti.
Tenute presenti da un lato le eccedenze del settore primario e dall'altro
i gravissimi problemi ambientali e sanitari, i produttori biologici ritengono
che non sia più il momento di produrre tanto, ma che sia ormai
definitivamente giunto quello di produrre meglio. Una convinzione che
cresce anche al di fuori del mondo del biologico.
Un'attenzione crescente
"Oggi voi e io siamo qui per sostenere una visione: la visione
di un 'Europa in cui il cibo è prodotto senza pesticidi e fertilizzanti
chimici, in cui si dimostra che agli OGM e agli ormoni ci sono alternative,
un 'Europa in cui le sostanze chimiche non inquinano il suolo, l 'acqua
e la catena alimentare, e dove la biodiversità è difesa
dall'assalto della chimica. Questa è un'Europa con spazi vitali
sia per l 'uomo che per la natura. In breve, l'agricoltura biologica,
è il nostro futuro ".
Anche se la lapidarietà potrebbe trarre in inganno, non è
un intervento a un'assemblea di produttori biologici. Si tratta di uno
stralcio del discorso del Commissario europeo all'ambiente Ritt Bjerregaard
alla conferenza "Agricoltura biologica nell'Unione Europea: prospettive
per il XXI secolo" tenutasi a Baden (Austria) nel maggio 1999. Qualche
giorno prima, a Vignola, 70 partecipanti alla Conferenza internazionale
sulla biodiversità, provenienti da 24 paesi, avevano approvato
Ia dichiarazione e il piano d'azione intitolati "L'agricoltura biologica
è essenziale per la biodiversità e la conservazione della
natura".
Il documento conclusivo del workshop, organizzato dall'Aiab (Associazione
ltaliana per l'Agricoltura Biologica, il maggior organismo nazionale del
settore, con oltre 12 .OOO agricoltori associati), Ifoam (International
Federation of Organic Agriculture Movements, l'organizzazione mondiale
dei movimenti per l'agricoltura biologica, che associa 750 organizzazioni
di 107 paesi del mondo) e Iucn (The World Conservation Union, che riunisce
74 governi, 105 agenzie governative e oltre 700 Organizzazione non governative
attive a livello politico e scientifico nella protezione della natura)
è chiaro:
"L'agricoltura biologica mette in pratica il concetto della multifunzionalità,
che include la valorizzazione della biodiversità, il benessere
animale, la sicurezza alimen tare, la produzione destinata al mercato,
lo sviluppo rurale, il commercio equo e solidale. L'agricoltura biologica
è fondamentale per uno sviluppo rurale sostenibile e cruciale per
lo sviluppo futuro dell'agricoltura e per la sicurezza alimen tare.
L'agricoltura che non è basata su sistemi compatibili con l'ambiente
e che dipende dall'utilizzo massiccio di prodotti chimici e sintetici,
ha accelerato il degrado degli ecosistemi naturali. Le conseguenze negative
dell'utilizzo di tali prodotti risultano evidenti nella diminuzione della
diversità naturale e nella scomparsa di specie e di varietà
coltivate.
Gli esperti ritengono che le specie si estinguano alla velocità
di 20-75 al gior no: ciò significa che entro i prossimi 25 anni
ne potrebbero scomparire più di un milione. L'impatto dell'agricoltura
convenzionale è evidente su vasta scala; le monocolture hanno contribuito
alla erosione della biodiversità e a banalizzare il paesaggio.
Affermiamo che l'agricoltura biologica è essenziale per la biodiversità
e la conservazione della natura. Chiediamo agli ambientalisti, agli ecologisti,
agli agricoltori, agli altri operatori economici, ai politici e alle istituzioni
internazionali di sostenere e sviluppare l'agricoltura biologica in quanto
sistema agricolo ecologicamente più appropriato. Invitiamo i consumatori
ad appoggiare l'agricoltura sostenibile consumando i prodotti da agricoltura
biologica quali alimenti, fibre tessili e legname".
Non basta?
A Roma, nel gennaio 1999 il documento conclusivo della riunione del
Comitato per l'agricoltura della F.A.O. (l'organizzazione dell'O.N.U.
che si occupa di agricoltura e alimentazione), sottolinea che l'agricoltura
biologica promuove il dibattito a livello internazionale sulla sostenibilità,
crea consapevolezza su temi ambientali e sociali di fondamentale importanza
ed è in grado di fornire opportunità di mercato alle aziende.
Il documento propone alla F.A.O. l'impegno a riconoscere all'agricoltura
biologica un ruolo prevalente nei programmi di agricoltura sostenibile
e chiede un programma multisettoriale per il biologico, per consentire
agli stati membri di attuare scelte informate e di sviluppare un programma
coerente.
Cosa succede in Italia
Nel 1999 Ecology and Farming, rivista internazionale dell'Ifoam (International
Federation of Organic Agriculture Movements) ha dedicato un numero intero
agli aspetti di mercato delle produzioni biologiche e a un focus sull'Italia.
Nell'editoriale, Joy Michaud dichiara che il settore biologico sta vivendo,
al di là di ogni dubbio, un periodo di vero e proprio boom, con
una domanda da parte del consumatore costantemente in crescita e senza
segni di rallentamento e che "...l'ltalia sembra essere alla testa
di tutti i Paesi europei, con una crescita del movimento biologico che
ha del fenomenale". I numeri stanno a confermarlo: le 17.393 aziende
italiane inserite nel sistema di controllo biologico nel 1996 sono passate
a 31.118 nel 1997 (+79%) e a 43.698 nel 1998 (+40%).
Insomma, i massimi organismi internazionali sembrano non avere dubbi,
e i numeri sembrano non lasciarne. Ma nonostante in Italia si concentri
oltre un terzo delle aziende agricole biologiche d'Europa, è proprio
qui da noi che qualche dubbio sembra esserci. Un esempio? Il divieto per
i produttori biologici italiani dell'utilizzo di sabbia, olio essenziale
di menta, olio di Neem o gelatina per la difesa delle coltivazioni.
La motivazione? Questi prodotti, pur se non propriamente mortiferi, non
sono ufficialmente registrati al Ministero della Sanità come fitofarmaci...
Una proposta di legge presentata un anno fa per risolvere il problema
da Alfonso Pecoraro Scanio (presidente della Commissione agricoltura della
Camera) e altri deputati, sta sgomitando in Parlamento, ma nel frattempo
il per nulla terrificante olio di menta e il neem (estratto da una pianta,
usato da millenni come insetticida e, più di recente, anche come
ingrediente di dentifrici) rimangono tabù.
Sul versante promozionale, le campagne pubbliche per incentivare il consumo
di prodotti convenzionali (bevete più latte, mangiate più
pesce, consumate più frutta...) fanno il paio con il silenzio tombale
sulle produzioni biologiche. Questi 44.000 contadini convinti che l'alternativa
di un agricoltura senza pesticidi, senza ingegneria genetica, ormoni e
altre turpitudini, sia possibile qui e adesso, sono così strani,
così poco normali... Tornano, è vero, sotto i riflettori
a ogni acquedotto chiuso per atrazina, a ogni residuo di fitofarmaci trovato
nella frutta e nella verdura, a ogni vino al metanolo, a ogni mucca pazza,
a ogni pollo alla diossina, a ogni ingegneria genetica, ma...
"Sì, l'orientamento degli organismi in ternazionali, dalla
Fao all'Unione Europea, è evidente: quella biologica è l'unica
agricoltura che ci possiamo permettere dal punto di vista ambientale ed
economico" dice Vincenzo Vizioli, presidente federale AIAB.
"Il problema è che l'importazione e la traduzione a livello
nazionale delle raccomandazioni dell'Unione europea hanno tempi lunghi
e metodi farraginosi. L'Italia deve iniziare a pensare l'agricoltura biologica
come strumento per la gestione delle risorse, e non solo a livello dei
parchi naturali e delle aree protette. Noi non chiediamo ulteriori con
tributi economici alla produzione, non ci servono soldi. Quello che serve
è un sostegno in termini di servizi, che salvo rari casi isolati,
stato e regioni non forniscono. Siamo così all'assurdo che i produttori
convenzionali ricevono contributi per pagare tecnici che indicano i fitofarmaci
chimici da usare, mentre i produttori biologici, oltre a dover sopportare
di tasca propria i costi dei controlli che certificano l'assenza di sostanze
di sintesi, devono pagare di tasca propria la ricerca, la sperimentazione
e l'assistenza tecnica. Invece di "chi inquina paga", nel biologico
siamo all'assurdo del "chi non inquina paga ".
Un po' di storia e qualche numero
Anche se le prime pionieristiche esperienze risalgono agli anni 60,
è verso gli anni 70 che l'agricoltura biologica in Italia diventa
patrimonio di un manipolo di agricoltori e consumatori sempre più
in crescita, all'interno delle riflessioni complessive sulla qualità
della vita e dei consumi (i coloranti, le bioproteine, ecc.). È
a metà di quel decennio che i primi coordinamenti locali diedero
vita alla Commissione nazionale "Cos'è biologico", costituita
da rappresentanti di organismi di tutte le regioni italiane e delle associazioni
dei consumatori, che emanò la prima normativa nazionale di autodisciplina
del settore.
Le numerose piccole associazioni di produttori biologici e coordinamenti
di produttori e consumatori presenti in tutte le regioni, con l'entrata
in vigore del Regolamento C.E.E. 2092 nel 1991 hanno avviato un processo
di riorganizzazione, con accorpamenti e rapporti di federazione, che hanno
condotto ai 9 organismi di controllo oggi riconosciuti. Due di questi
organismi, AIAB e Bioagricoop, sono tra i quattordici enti al mondo accreditati
dall'Ifoam (International Federation of Organic Agriculture Movements).
Altri due, Imc e Ccpb sono stati accreditati come organismo di controllo
ai sensi delle norme Uni En 45011 sulla certificazione. Le aziende biologiche
italiane nel 1997 avevano superato le 31 .OOO unità su 565.000
ettari (quasi il 4% della super ficie coltivata nazionale) con ritmi di
crescita di tutto rilievo. Al 31.12.98 (mancano, purtroppo, dati più
aggiornati) le aziende erano 44.000, su 800.000 ettari (all'incirca la
superficie di Val d'Aosta e Liguria messe assieme). La crescita registrata
dal biologico non ha eguali nel settore agroalimentare. Il maggior numero
di consumatori, di negozi specializzati e di supermercati che trattano
prodotti biologici si concentra nelle regioni settentrionali d'Italia,
mentre le aziende di produzione hanno una presenza maggiore nelle regioni
meridionali.
Nel 1997 le superfici erano così suddivise:
foraggere per alimentazione zootecnica 46.9%
cereali 22.9%
ortofrutta 7.7%
olivo 9.4%
vite 2.7%
colture da industria 10.4%
L'evoluzione del mercato
Il valore del mercato biologico italiano è stimato intorno ai 2.000
miliardi di lire. Il trend di crescita è notevole: negli ultimi
quattro anni non è mai sceso sotto il 20%.
Gli scandali alimentari hanno il loro peso, come ammette senza difficoltà
Severino Zaggia, che con la famiglia conduce un allevamento biologico
di 200 vitelloni in provincia di Padova: "Lo scandalo del pollo alla
diossina si è tradotto indubbiamente in un sensibile aumento di
vendite per la carne biologica. Per la nostra azienda l'incremento della
domanda si è aggirato intorno al 30%, riguardando sia la vendita
diretta che le richieste delle macellerie".
Ma agli scandali si aggiunge una nuova tendenza di ricerca della qualità
nell'alimentazione, che si sofferma sì su aspetti come la sicurezza
alimentare e la salubrità, ma anche sulla naturalità, la
tipicità, la ricoperta dei sapori autentici. E un'onda lunga: il
referendum del 1990 sui pesticidi portò alle urne solo poco più
del 43% degli aventi diritto, e venne così annullato, ma dimostrò
che il 92% dei votanti (e cioè la rispettabile cifra di 38 milioni
di italiani) intendeva modificare le leggi sui pesticidi e sui loro residui
negli alimenti.
L'equazione 18 milioni di elettori contrari ai pesticidi =18 milioni di
consumatori favorevoli ai prodotti biologici è immediata e affascinante,
e tale da mandare in fibrillazione ogni ufficio marketing. Ad avvicinarsi
al settore biologico sono così ora anche le grandi aziende agroalimentari,
che sondano il mercato lanciando nuove linee di prodotti. L'equazione,
però, non è ancora dimostrata: il consumo di prodotti biologici
non vale ancora il 2% del mercato alimentare italiano.
La distribuzione e il consumo
Nel 1996 il mensile di marketing Largo Consumo ha pubblicato un'inchiesta
da cui scaturiva che 70 consumatori italiani su 100 conoscevano il prodotto
biologico e 40 lo acquistavano, con diversa frequenza: ad acquistarlo
almeno una volta a settimana erano 4 italiani su 100. Dal 1996 il volume
dei consumatori è sensibilmente aumentato, tant'è che si
stima che ad acquistare prodotti biologici più volte a settimana
siano ormai non meno di 6 italiani su 100. Ecco l'identikit del consumatore
biologico medio: età tra i 30 ed i 45 anni, vive nell'Italia settentrionale,
in città di media o grande dimensione, con cultura e reddito medi
o medio alti.
Il biologico nei negozi specializzati. I negozi specializzati in alimenti
biologici sono circa 850, di cui circa 2 terzi nell'Italia del nord. Nella
maggior parte si tratta di negozi di dimensioni ridotte (superficie inferiore
a 100 mq) e a gestione autonoma, ma non mancano negozi più grandi
(tra i 200 e i 500 mq). Il fenomeno del franchising interessa circa 50
negozi, affiliati a una mezza dozzina di minicatene regionali o nazionali.
Il biologico nei supermercati. Il primo sviluppo di una marca commerciale
di ortofrutta di produzione biologica in Europa è dei 1994 (Monoprix
con il marchio Monoprix Bio), seguita da Intermarchè, Cora e Carrefour
(1997). Corner biologici sono presenti in Irma (dal 198 1 ), Tengelmann
(dal 1989), Delhaize (dal 1990), Sainsbury's (dal 1985) Testo (dal 1994),
Safeway e Waitrose, in Coop Svizzera e Migros, ma anche in Coop Giappone
(in particolare in Coop Kobe). In Irma (Danimarca) gli ortaggi di produzione
biologica rappresentano il 15% delle vendite del reparto, con picchi del
35% per le carote (in alcuni punti vendita le carote convenzionali non
sono neppure esposte), in Svezia Grana Konsum ha sostituito il pane convenzionale
più venduto con uno con il 100% di ingredienti di origine biologica.
La catena con la linea biologica più articolata (circa 450 referenze
biologiche dall'ortofrutta agli omogeneizzati) è la britannica
Sainsbury's, che registra un fatturato di circa 6 miliardi di lire alla
settimana.
"Abbiamo inserito le prime referenze biologiche 14 anni fa"
- dice Robert Duxbury, responsabile della linea per la catena - "Dal
1996 l'incremento del reparto è stato di trenta volte: nessun altro
settore in Sainsbury's si avvicina a questi livelli". Nei supermercati
italiani, secondo un'indagine presentata alla fiera specializzata Sana
(Bologna, settembre 98) i prodotti biologici (latticini, generi vari confezionati)
sono presenti nel 95% dei punti vendita. L'ortofrutta biologica è
invece presente in circa il 19% dei supermercati, soprattutto in nord
Italia e in Toscana.
In sostanza, vendono ortofrutta biologica circa 500 supermercati. La prima
catena a inserire ortofrutta biologica è stata Coop. Secondo dichiarazioni
della catena, il peso del fatturato dell'ortofrutta biologica varia dal
1 al 6%. Nei supermercati, il peso medio del biologico è del 3%,
con punte maggiori sui latticini. Nei mesi scorsi è stata la volta
di Esselunga, che ha lanciato una linea composta di una settantina di
prodotti, destinata ad ampliarsi con il gra dimento dei consumatori.
Al ristorante biologico. Numerosi ristoranti offrono qualche vino o altri
prodotti biologici (il mensile Tuttoturismo li segnala con una bottiglia
o una mela verdi). Esistono poi un centinaio di ristoranti esclusivamente
0 prevalentemente biologici, soprattutto al nord, al centro e nelle grandi
città. Un fenomeno molto interessante, e in continuo aumento, è
quello delle mense scolastiche biologiche. Nate come esperimento negli
anni 80 a Cesena, interessano ormai circa 100.000 bambini dalle scuole
materne alle scuole medie, in grandi città (Roma, Bologna, Torino,
Padova) e piccoli centri.
La produzione e i prezzi
Più di un terzo della produzione biologica italiana viene esportato,
principalmente in Europa, ma anche più lontano (Usa, Giappone...).
I prodotti più apprezzati all'estero sono principalmente:
frutta e ortaggi (di alta qualità, grazie alle specifiche condizioni
climatiche e alla professionalità dei produttori produzione);
l'olio extra vergine d'oliva; il vino (con eccellenti prodotti premiati
alle più importanti rassegne vinicole internazionali);
i formaggi (dal Parmigiano Reggiano alle più rare specialità
tradizionali);
la gastronomia (salse, condimenti della tradizione popolare e innovativi);
la pasta (integrale, bianca, semplice o aromatizzata):
gelati e surgelati;
frutta secca;
prodotti da industria, cereali, legumi.
Il settore della produzione si è modernizzato, costituendo consorzi
e società per la commercializzazione, che concor dano con le singole
aziende la programmazione delle produzioni. L'agricoltura biologica italiana
ha effettuato investimenti consistenti per un progetto strategico che
ha l'obiettivo di indirizzare con sicurezza, strumenti efficienti e adeguati
lo sviluppo per i prossimi anni. Un'affermazione frequente è quella
che il prodotto biologico costa di più.
"Sì, certo" ammette senza difficoltà Franco Zecchinato
"ma basta tornare con la mente a quanto il consumatore ha scoperto
in occasione del pollo alla diossina. Negli allevamenti industriali, con
gli additivi energetici a base di grasso animale - quando va bene - il
pollo schizza da 45 grammi a due chili e mezzo in 40 giorni. A noi per
avere risultati analoghi servono ottanta giorni. Per fare un uovo si può
scegliere di stipare venti galline in un metro quadrato o di dar loro
spazio libero per pascolare. Ma credo che, mentre il nostro è sicuramente
un pollo, cresciuto naturalmente, sia difficile definire ancora "pollo"
quello convenzionale, e credo anche che l'uovo di galline sigillate in
batteria non abbia nulla a che fare con quello di galline che razzolano
in libertà. Il consumatore ha di fronte due alternative: acquistare
alimenti che sono la pallida copia di quello che dovrebbero essere, checostano
relativamente poco (e lasciano in tasca più denaro per acquistare
altre pallide copie), o acquistane alimenti di produzione biologica, pagando
il prezzo giusto per coprire i costi di una produzione eticamente ed ecologicamente
sostenibile. Insomma, dobbiamo capire cosa c'è dentro e dietro
ogni prodotto". E questo vale per tutti i prodotti.
Un'agricoltura per i giovani
L'agricoltura italiana è un'agricoltura di pensionati: i giovani
lasciano le aziende convenzionali che rimangono senza ricambio generazionale,
ma l'agricoltura biologica è in controtendenza. "Da quando
ne abbiamo memoria, la nostra famiglia ha sempre svolto l'attività
di agricoltori e allevatori"- dice Severino Zaggia - "Nell'agricoltura
convenzionale i giovani cercano di abbandonare il lavoro nei campi appena
possibile, è un lavoro duro. spesso pericoloso e non di grandi
soddisfazioni. Ma per noi essere contadini è motivo di orgoglio:
abbiamo scelto di produrre biologicamente proprio perché l'agricoltura
l'abbiamo nel sangue: l'agricoltura del futuro è biologica. L'ltalia
non potrà mai mettersi in concorrenza con i Paesi che riescono
a produrre a prezzi bassissimi grazie a un costo del lavoro, irrisorio,
a aiuti statali, a controlli del tutto insufficienti su sicurezza del
lavoro, e sostanze chimiche (Belgio a parte, basta ricordare che il DDT
è ancora permesso in numerosi Paesi). Dobbiamo metterci in testa,
invece, che è ora di produrre alimenti di qualità ineccepibile,
non solo belli a vedersi, ma gustosi, sani, rispettosi dell'ambiente.
Dieci anni fa metà degli acquedotti della Pianura padana era inquinata
dall'atrazina usata nel mais, più di recente gli scarichi degli
allevamenti hanno reso l'Adriatico una gelatina di alghe: il mondo agricolo
deve capire che è ora di cambiare strada ".
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