Le risorse genetiche vegetali delle Marche

In molti casi le varietà locali continuano ad essere coltivate anche in presenza di un’agricoltura industrializzata. E’ il caso di molte regioni del Centro-Italia e delle stesse Marche dove, particolarmente nelle aree montane e pede-montane, è ancora possibile reperire un elevato numero di varietà locali. Questo è il principale risultato di una ricerca condotta dall’area di Genetica Agraria del Dipartimento di Biotecnologie Agrarie ed Ambientali dell’Università degli Studi di Ancona, finanziata dalla Regione Marche (fondi 5B del Reg. CEE 2081/93).

Le specie vegetali per le quali è stato ritrovato il maggior numero di varietà locali sono il fagiolo comune e il fagiolo bianco di Spagna detto anche "ciavattone" o "fagiolo turco", il mais utilizzato per la produzione di polenta e il pomodoro.

Nell’area dei Monti Sibillini è stata ritrovata una varietà di fagiolo comune chiamata "Monachello", con una particolare colorazione del seme, di colore bianco con una estesa macchia nera, conformazione a cui è probabilmente legato il nome. E’ particolarmente apprezzato per le sue caratteristiche organolettiche.

Lungo tutta la fascia pedemontana e di alta collina che corre parallela alla dorsale appenninica, attraverso le quattro province marchigiane, è possibile trovare piccoli appezzamenti di mais destinati prevalentemente all’autoconsumo familiare e spesso coltivati con varietà locali da polenta. A nord della regione, fra le provincie di Pesaro e Ancona, è stato ritrovato il cosiddetto mais "quarantino" (chiamato così perché di ciclo molto breve). A sud, soprattutto nella provincia di Ascoli Piceno, è stata identificata un’antica varietà locale "a otto file" (dal numero delle file dei semi sulla spiga). In particolare è interessante notare come in questo caso la conservazione delle varietà locali sia legata alla persistenza di forme tradizionali di trasformazione e consumo, dovuta soprattutto alla diffusa presenza di mulini ad acqua.

Anche per il pomodoro  sono state collezionate diverse varietà locali, in particolare nella provincia di Ascoli dove "il pomodoro a pera" risulta molto diffuso e apprezzato per la produzione di conserva; anche il "pomodoro cuore di bue" è stato frequentemente ritrovato.

Particolarmente interessante è stato il ritrovamento di specie ormai credute scomparse come la roveja e il moco. La prima, anche detta rubiglio, è una sorta di pisello selvatico, veniva tradizionalmente utilizzata per la preparazione di una polenta molto apprezzata nella zona, detta "farecchiata" che oggi si sta attestando in alcuni agriturismi come una "nuovissima", ricercata, prelibatezza tradizionale.

Il moco è invece una specie simile alla veccia ed era largamente utilizzata in passato come specie da sovescio e foraggera, talvolta la granella era usata per l’alimentazione degli animali da ingrassare, soprattutto agnelli e volatili.

Sono state infine identificate anche popolazioni locali di altre specie quali erba medica, orzo, sia nudo ("orzo mondo") sia vestito ("orzella"), cece, pisello, lenticchia, veccia, cicerchia, fava, cavolo, bietola insalate, finocchio, porro e frumento tenero (Tabella 1). Nel corso delle indagini è stato possibile osservare anche la permanenza di molte vecchie cultivar di specie arboree, in particolare melo, pero, ciliegio e noce.

La prima fase del progetto ha riguardato l’indagine e la ricerca sul territorio con le visite alle aziende. Questo lavoro sistematico è stato possibile grazie alle informazioni fornite da tecnici e divulgatori, da gente comune con un’ottima conoscenza del territorio, ma soprattutto all’aiuto e all’estrema disponibilità degli agricoltori interpellati, elementi questi che sono stati decisamente preziosi. Inoltre, particolarmente utile è stata la collaborazione con un gruppo di antropologi dell’Università degli studi di Perugia che ha consentito di documentare numerosi aspetti socio-culturali e storici delle risorse genetiche marchigiane, indicando come molte specie e le loro relative nomenclature riflettano una lunga storia di permanenza sul territorio, grazie anche all’esame di numerose fonti storiche latine, testi classici di agronomia ("La divina villa" di Corniolo della Cornia o il "Trattato sull’agricoltura" di Pier De Crescenzi) ed inchieste agrarie (l’ottocentesca Iacini o le monografie INEA sulle famiglie rurali). Sono stati, inoltre, evidenziati diffusi fenomeni di abbandono o di crisi di molte coltivazioni, come il caso, appunto, della roveja. Questa era una volta largamente diffusa nella fascia di alta montagna di tutta la dorsale appenninica umbro-marchigiana, mentre oggi permane solo in alcuni appezzamenti.

I materiali collezionati, una volta classificati ed inventariati, sono stati inseriti in una collezione più ampia di risorse genetiche vegetali marchigiane, custodita attualmente presso il DIBIAGA. Si è proceduto all’informatizzazione del repertorio documentale, delle interviste raccolte, del materiale fotografico concernente i materiali raccolti e il contesto tecnico, culturale ed ecologico ad esse relativo.

Una parte dei materiali raccolti è stata valutata in campo (campi catalogo) per determinare le caratteristiche morfologiche e agronomiche; una parte è stata sottoposta ad analisi con marcatori molecolari al fine di valutare la diversità genetica livello della molecola del DNA. I metodi di analisi molecolare permettono di indagare sul livello di diversità genetica presente fra ed entro popolazioni, sulle relazioni fra diverse popolazioni e varietà e sulla storia evolutiva dei materiali esaminati.

Se si mettono insieme alcuni degli elementi emersi dal progetto, quali la coltivazione delle varietà locali in aree marginali, la frequente destinazione del prodotto a usi di nicchia, la presenza di popolazioni rurali molto anziane fautrici di questa conservazione, appare un forte rischio di erosione genetica. Pertanto è evidente l’urgenza di un’adeguata azione di conservazione che preveda un intervento ex situ come presupposto di un più ampio intervento in situ al fine di salvaguardare al meglio la diversità genetica, consentendo una conservazione dinamica con l’agroecosistema. Alla luce di quanto sottolineato in questa nota tale intervento deve risultare coordinato sul territorio, deve essere volto alla valorizzazione del prodotto anche sotto il profilo economico e quindi sostenere l’agricoltore nella coltivazione di queste varietà.

Tabella 1. Lista delle specie collezionate dal DIBIAGA sul territorio regionale.
 
Nome comune Nomi locali Nome scientifico
Fagiolo comune Phaseolus vulgaris
Fagiolo di Spagna Fagioli turchi, Ciavattoni Phaseolus coccineus
Cece Cicer arietinum
Lenticchia Lens culinaris
Moco Mocio, Mocerone, Cervio Vicia ervilia
Pisello Pisum sativum
Roveja  Rubiglio, Corbello Pisum sativum ssp. arvense
Cicerchia (*) Lathyrus sativus
Veccia Vicia sativa
Pomodoro Lycopersicon esculentum
Mais da polenta Zea mais
Orzo nudo Orzo mondo, Orzo da caffè Hordeum vulgare
Orzo vestito Orzella Hordeum vulgare
Frumento tenero Triticum aestivum
Erba medica (*) Medicago sativa
Bietola Beta vulgaris
Fava Vicia faba
Insalata Lactuca spp.
Cavolo Brassica spp.
Finocchio  Foeniculum vulgare
Porro Allium porrum
* Queste specie sono state oggetto di altri progetti specifici condotti dall’Area di Genetica Agraria del DIBIAGA

 


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