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i retroscena della guerra dei brevetti
Ambigue battaglie contro l'Aids
Dopo
anni di letargo, la comunità internazionale ha infine deciso di dichiarare
«guerra» all'Aids. Dopo alcune sessioni speciali delle Nazioni
unite a fine giugno, la questione verrà affrontata dal vertice dei
G8 in programma a Genova dal 20 al 22 luglio: prima della fine del 2001
sarà creato un fondo multilaterale. Ma l'accordo che si sta profilando
tra gli organismi internazionali e un'industria farmaceutica ossessionata
dal profitto, rischia di eludere l'obiettivo principale: l'accesso alle
cure per milioni di malati del Sud del mondo in attesa di trattamento.
di PHILIPPE RIVIÈRE
La «guerra dell'Aids» è cominciata
in Sudafrica. A Durban, durante la conferenza mondiale del giugno 2000,
i malati africani denunciano «l'apartheid sanitario» - le vittime
dell'Aids sono per lo più a Sud mentre i medicinali si trovano a
Nord - e reclamano con forza l'accesso ai trattamenti antivirali per tutti.
Il 19 aprile 2001, a Pretoria, le trentanove industrie farmaceutiche che
avevano citato in giudizio lo stato sudafricano, si rendono conto del danno
arrecato alla loro immagine, agli occhi dell'opinione pubblica mondiale,
dalla difesa a oltranza dei brevetti e decidono di interrompere immediatamente
il processo. Fino a quel momento avevano preteso di dimostrare che le leggi
sudafricane, tendenti a garantire l'approvvigionamento di medicinali ad
un costo accettabile, contravvenivano all'accordo sugli Adpic - aspetti
dei diritti di proprietà intellettuale relativi al commercio - ,
negoziato nel quadro dell'Organizzazione mondiale del commercio (Omc).
Ma i giorni che seguono questa prima grande vittoria hanno un sapore amaro:
il governo sudafricano afferma di non essere in grado di avviare un ampio
programma di accesso alle cure. «Gli antiretrovirali sono sempre troppo
cari», spiega Jo-Anne Collinge, portavoce del ministero della sanità
(1). Il dottor Bernard Pécoul, dei Medici senza frontiere (Msf),
denuncia questa presa di posizione: «Nelle bidonville del Capo - 3
milioni di abitanti - , l'ambulatorio creato da varie associazioni propone
da diciotto mesi un programma di prevenzione, e uno screening di massa che
consente il trattamento delle malattie opportunistiche.
Dall'inizio del mese di maggio, proponiamo ormai antiretrovirali, in aperta
opposizione al governo.» Le donazioni e le riduzioni di prezzo annunciate
dai laboratori, definite «terribili sacrifici» dal ministro
francese della sanità Bernard Kouchner (2), si rivelano comunque insufficienti. Il finanziamento dei trattamenti
richiede una mobilitazione internazionale di dimensioni inedite, che verrà
condotta da Kofi Annan. Dopo aver dedicato non meno di quattro sedute del
Consiglio di sicurezza alla pandemia, il segretario generale dell'Organizzazione
delle Nazioni unite (Onu) si impegna personalmente nella creazione di un
fondo globale di lotta contro Aids, tubercolosi e malaria.
L'iniziativa di Annan (3) prende spunto da una proposta formulata da un gruppo di ricercatori
ed esperti internazionali riuniti all'Università di Harvard (Boston)
attorno all'economista Jeffrey Sachs. Costatando il fallimento medico e
morale delle organizzazioni internazionali in materia di Aids, questi hanno
proposto, il 4 aprile scorso, una «formula di consenso sui trattamenti
antivirali contro l'Aids nei paesi poveri», ampiamente ripresa dalla
stampa internazionale (4).
Il documento di Harvard inizia con una requisitoria a favore delle multiterapie:
malgrado il loro successo nei paesi ricchi, «queste restano largamente
inaccessibili nelle nazioni più povere del mondo, dove gli interventi
si sono concentrati quasi esclusivamente sulla prevenzione. Considerato
il rapido innalzamento della mortalità per Aids nei paesi a basso
reddito, sia la prevenzione della trasmissione del virus che il trattamento
delle persone già infette devono essere priorità globali della
salute pubblica».
Il documento continua confutando «le obiezioni del passato»
in particolare: 1. «I paesi poveri non dispongono dell'infrastruttura
medica adeguata per un trattamento sicuro ed efficace.» Risposta:
parte dell'aiuto servirà a rafforzare le strutture sanitarie. Peraltro,
l'esperienza della bidonville del Capo dimostra, secondo il dottor Pécoul,
che «con mezzi modesti - assolutamente altra cosa rispetto agli "elefanti
bianchi" proposti come progetto pilota dall'Onu-Aids - si può fornire
un trattamento di qualità».
2. «L'errato monitoraggio di protocolli terapeutici complessi rischia
di indurre resistenze»; Andrew Natsios, amministratore dell'UsAid,
la principale agenzia americana di sviluppo internazionale, ha anche osato
spiegare che molti africani «non hanno mai visto, in tutta la loro
vita, una pendola o un orologio», e che è escluso che prendano
medicinali ad ore fisse (5)! In questa logica, perché non proibire le cure agli analfabeti
del Nord? Ma soprattutto, l'argomento dimentica che le terapie vincolanti
interessano sono una minima parte dei malati, coloro sui quali le terapie
di prima istanza non hanno - o non hanno più - effetto.
3. Il finanziamento ai trattamenti sottrarrebbe risorse alla prevenzione.
«Un trattamento appropriato serve non solo a prevenire il decesso
delle persone infette - sottolineano i ricercatori di Harvard - ma svolge
un ruolo importante anche nella prevenzione, riducendo la carica virale
dei pazienti trattati e incoraggiando una più ampia partecipazione
[degli altri] ai programmi di prevenzione.» Vengono proposti obiettivi
in cifre: un milione di persone in trattamento entro tre anni (a fronte
delle circa diecimila attuali). Nel suo quinto anno, il programma completo,
prevenzione e trattamento riuniti, coprirebbe tre milioni di persone, per
un costo di 6,3 miliardi di dollari.
All'improvviso, l'accesso ai medicinali diventa un'ipotesi di cui si parla
nei cenacoli internazionali. A Pretoria, le industrie farmaceutiche gettano
la spugna. Kofi Annan prevede uno stanziamento annuale di 7-10 miliardi
di dollari, alimentato da contributi straordinari provenienti da governi,
imprese o fondazioni filantropiche (6).
Rinasce la speranza. Finalmente le cose si muovono! Ma il modesto contributo
iniziale annunciato all'inizio di maggio dagli Stati uniti (200 milioni
di dollari, dieci volte meno del previsto) raffredda gli entusiasmi. E il
4 giugno, la conferenza organizzata a Ginevra suona come un richiamo all'ordine.
Il fondo globale, nato dalla necessità di finanziare l'accesso ai
trattamenti, pare scomparso e, di nuovo, la solidarietà internazionale
si focalizza sulla sola prevenzione.
«Uno straordinario sentimento di convergenza» ha animato i conferenzieri,
afferma soddisfatto David Nabarro, direttore esecutivo dell'ufficio della
direttrice generale dell'Oms, Gro Harlem Bruntland. Conclusione del dibattito:
le vittime otterranno «cure mediche in quantità limitata e
accuratamente mirata (7)».
Per Sachs, questa «deriva di una strategia equilibrata (prevenzione
e trattamento) verso una scelta di prevenzione senza trattamento sarebbe
un disastro (...) Prevenzione e trattamento formano una combinazione inseparabile.
L'attuale mancanza di finanziamento è scioccante, ma non può
essere utilizzata come scusa per l'abbandono dei trattamenti.
Al di sotto dei 7 miliardi, non c'è uno sforzo serio. Il sotto-finanziamento
del controllo dell'epidemia rimarrà un gravissimo atto di irresponsabilità
morale e di miopia politica (8)».
A cosa sono servite le dichiarazioni marziali fatte dai più alti
responsabili internazionali? «Non c'è guerra al mondo che sia
più importante, dichiarava nel corso della sua visita in Kenya, a
fine maggio, il generale Colin Powell. Sono il segretario di stato degli
Stati uniti d'America, non il segretario alla sanità: come mai mi
interesso a questo problema? (...) È più che una questione
di salute pubblica. È una questione sociale. È una questione
politica. È una questione economica. È una questione di povertà
(9).» Inizialmente il Consiglio nazionale di sicurezza degli
Stati uniti aveva identificato l'epidemia di Aids come una delle più
gravi minacce alla stabilità del mondo. Al di là del rischio
sanitario, gli squilibri demografici previsti avranno ripercussioni drammatiche
fuori dalle frontiere dei paesi interessati: cosa succede in un paese in
cui la metà della popolazione adulta sta per morire? Cosa ne sarà
dei 13,2 milioni di orfani da Aids?
Ma c'è anche un'importante questione giuridica che ha spinto la nuova
amministrazione americana a riprendere in mano la questione. Per Robert
Zoellick, il rappresentante al commercio del presidente George W. Bush,
la controversia sull'accesso ai medicinali costituiva «un test sulla
capacità [dell'amministrazione americana] di rafforzare l'adozione
dei principi di libero scambio negli Stati uniti e nel resto del mondo.
(...) Il contraccolpo [che] si prepara contro l'industria farmaceutica,
per l'aggressiva affermazione dei suoi diritti di brevetto di fronte ad
un'imponente crisi sanitaria (...), l'ostilità che ne deriva potrebbero
mettere in pericolo tutto il sistema dei diritti di proprietà intellettuale
(10)».
Una lettura molto restrittiva degli accordi internazionali sulla proprietà
industriale proibisce de facto sia la produzione di medicinali generici
nei paesi del Sud, che l'importazione nei paesi più poveri di generici
prodotti altrove, a costo più basso. Ma questa interpretazione è
criticata da molte associazioni (da Msf a Campagna sudafricana per l'accesso
alle cure, passando per Act Up), che si battono, presso governi, organizzazioni
internazionali e opinione pubblica, a favore dell'utilizzazione allargata
delle «licenze obbligatorie» e delle «importazioni parallele».
Due meccanismi previsti come eccezionali, ad esempio in caso di urgenza
sanitaria, nell'accordo sugli Adpic.
All'inizio del 2001, il «contraccolpo» è evidente: attaccato
nell'Omc dagli Stati uniti, il Brasile contesta vigorosamente il peso finanziario
dei brevetti sulla sua politica di distribuzione gratuita di medicinali
anti-Aids. Il 25 giugno, gli Stati uniti ritirano la querela, in cambio
della promessa di «trattative preliminari» per ogni licenza
obbligatoria concessa su brevetti americani. Nei forum internazionali si
delineano alcune convergenze tra Brasile, India, Thailandia e Sudafrica.
La Francia, timidamente, fa alcune proposte - «Bisogna esplorare anche
altre strade, come la produzione di nuovi medicinali negli stessi paesi
in via di sviluppo» (messaggio del presidente Jacques Chirac ai conferenzieri
di Durban, il 9 luglio 2000, appoggiato dal primo ministro, Lionel Jospin,
durante la sua visita in Sudafrica, il 5 giugno 2001). Anche i paesi europei
decidono di mostrarsi più attenti ai bisogni della sanità
pubblica nell'interpretazione degli accordi sugli Adpic (comunicazione dell'11
giugno 2001).
In questo clima, l'offerta fatta a Msf dall'industria indiana Cipla di un
cocktail di antiretrovirali a meno di 350 dollari l'anno (contro i 10mila
dollari dei prodotti delle «big pharma»), esplode come un fulmine.
Rende d'un tratto credibile l'emergere, al Sud, di produttori di medicinali
generici a minor costo.
James Love, coordinatore del Consumer Project on Technology (Washington)
e factotum dell'offerta Cipla, afferma: «Il successo dei produttori
del Sud è molto importante per i paesi in via di sviluppo. Solo queste
aziende possono far leva sui costi. È dunque importante non legare
l'utilizzazione del fondo globale ad acquisti presso produttori europei
e americani e, al contrario, autorizzare la concorrenza e comperare da industrie
che propongono il miglior prezzo, ad una qualità accettabile.
Jeffrey Sachs è stato terribile a questo proposito: raccomandava
che gli acquisti venissero fatti esclusivamente dalle "big pharma"».
Non è forse per questo che la proposta di Harvard ha avuto il consenso
dell'amministrazione Bush, della Commissione europea, degli esperti dell'Oms,
dell'Onu-Aids, della Fondazione Bill e Melinda Gates...
e dell'industria farmaceutica? Offriva una risposta «all'apartheid
sanitario», senza però abbassare la guardia sui brevetti.
Eppure... A seguito della Cipla, molti produttori di generici sono entrati
nel giro e fanno intravedere la possibilità di trattamenti a 200
dollari l'anno. La formula proposta da Harvard prevede invece un costo di
circa 1000 dollari. «Sarebbe estremamente pericoloso che il fondo
globale si bloccasse in questo "deal" tra le industrie farmaceutiche e l'amministrazione
americana, osserva il dottor Pécoul.
Una lettura non dogmatica dell'articolo 30 degli accordi sugli Adpic permetterebbe
infatti al fondo di fornirsi da produttori di generici.
Il costo totale dei medicinali per 5 milioni di pazienti passerebbe allora
da 5 miliardi a 1 miliardo di dollari. Questo risolverebbe immediatamente
il dilemma prevenzione - trattamento e libererebbe finanziamenti per le
infrastrutture e per il monitoraggio dei malati.» Nel 1955, Jonas
Salk, inventore del primo vaccino contro la poliomielite, considerato un
eroe, viene intervistato in una trasmissione televisiva.
Il giornalista gli chiede a chi appartiene il brevetto. «Direi...
al popolo. Non esistono brevetti. Si può brevettare il sole?»
Alla fine della sua vita, il dottor Salk dedicava la maggior parte dei suoi
lavori alla ricerca di un vaccino contro l'Aids. Contro l'accanimento antiterapeutico,
riusciranno i suoi successori a far brillare un raggio di sole?
note:
(1) Financial Times, Londra, 5 giugno 2001.
(2) France 2, 31 maggio 2001. Forse il ministro ignora che, con
il gioco delle detrazioni fiscali, una donazione fatta da Pfizer gli fa
economizzare il 25 % del prezzo pubblico del medicinale - e che il contribuente
americano potrebbe comprare un numero di molecole da due a dieci volte più
alto dai produttori di generici (fonte: Msf).
(3) Unico precedente, e peraltro dai risultati deludenti, il
Fondo di solidarietà terapeutico internazionale (Fsti) lanciato nel
1999 da Kouchner. Quest'ultimo, tornato al governo, ha appena lanciato un'iniziativa
europea di cooperazione ospedaliera.
(4) http://aids.harvard.edu/
(5) John Donnelly, «Prevention urged in Aids fight»,
Boston Globe, 7 giugno 2001.
(6) Queste cifre possono sembrare alte, ma, supponendo che l'Unione
europea volesse finanziare l'operazione da sola, il costo sarebbe di circa
70mila lire per abitante all'anno.
(7) Financial Times, art. cit.
(8) Posta elettronica, 5 giugno 2001. Diffuso sulla lista pharm-policy
(http://lists.essential.org)
(9) Karl Vick, «General Powell's War: Aids in Africa»,
International Herald Tribune, Parigi, 29 maggio 2001.
(10) Paul Blustein, «U.S. Trade Envoy Signals a New Approach
to Tough Issues», International Herald Tribune, 14 marzo 2001.
(Traduzione di G. P)
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