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Per
quale libertà si combatte questa guerra? Nelle prime ore i generali avevano coniato l'infelice slogan "giustizia infinita", ora la guerra si chiama "libertà duratura", secondo la maldestra traduzione giornalistica del nuovo slogan Enduring Freedom: la frase italiana non è solo un po' cacofonica, ma soprattutto non rende lo spirito dell'espressione originale. Infatti, come informa il dizionario Ragazzini, enduring significa non solo "durevole, duraturo, permanente", ma anche "paziente, resistente, tenace". E il primo significato del verbo to endure è "sopportare, resistere, soffrire". La distinzione non è secondaria, se si considera che l'arma più efficace finora impiegata in questa singolare rappresentazione bellica è costituita dai mass media, di cui gli slogan costituiscono la linfa vitale. E' una guerra psicologica
globale quella che l'America sta già combattendo, manovrando con perizia
i mezzi di informazione, influenzando l'opinione pubblica come forse non
era mai accaduto prima d'ora. Giornali e TV ripetono ossessivamente le
stesse formule, seminando diffuse inquietudini. L'America userà armi nucleari?
I terroristi attaccheranno con le armi chimiche o biologiche? La paura
si diffonde, l'arma mediatica colpisce nel segno. In quei giorni più
della metà degli intervistati si era dichiarata favorevole all'indebolimento
delle protezioni. Se il sondaggio fosse ripetuto oggi, dopo il continuo
susseguirsi degli allarmi mediatici, probabilmente la percentuale salirebbe
non di poco. Se la domanda fosse completata da un inciso del tipo "sapendo
che non serve a nulla", il responso cambierebbe? Eppure la realtà è
sotto gli occhi di tutti, su quegli stessi giornali e in quegli stessi
notiziari televisivi che diffondono l'allarme: il grande orecchio (echelon)
non ha sentito nulla, i terroristi non hanno usato la posta elettronica.
Qualcuno ha straparlato anche di messaggi steganografici nascosti in immagini
accessibili da chiunque sul web, dimenticando che è abbastanza facile
per i tutori della legge scoprire se in un file jpeg c'è
nascosto qualche elemento estraneo, e senza violare la riservatezza di
nessuno. Inutili divagazioni.
In tutte le occasioni si continua a prospettare la necessità di "limitare
in qualche misura" la riservatezza della posta elettronica per garantire
la sicurezza di tutti, si risfoderano le proposte di crittografia "indebolita",
di key escrow e key recovery (vedi "Key
escrow", una questione molto delicata - novembre 1996) . Possiamo trovare una conferma di questo principio facendo un passo indietro, lungo più di sei anni, per rileggere Non c'è privacy senza sicurezza di Guido M. Rey, allora presidente dell'Autorità per l'informatica nella pubblica amministrazione. In un contesto lontanissimo da quello di oggi, e con ben diversi obiettivi, Rey dimostrava che sicurezza e privacy costituiscono un binomio inscindibile (qualche riflessione potrebbe farsi anche sul titolo di quella prima discussione giuridica sul nascente web italiano, nell'ormai lontano 1995: Comportamenti e norme nella società vulnerabile)... Intanto il Garante
italiano fa sentire la sua voce, anzi le sue voci (Privacy
e sicurezza, parlano i componenti del Garante): per Rodotà "La privacy
non è nemica della sicurezza. Anzi può essere uno strumento di tutela
per rendere meno facile il lavoro di chi vuole organizzare azioni terroristiche".
Ma il vicepresidente Santaniello è meno categorico: "Solo per una limitata
fascia della privacy si pone quindi la questione di introdurre misure
di emergenza parzialmente modificative della tutela attuale della privacy". Ma il fragore della
guerra (per ora solo mediatica) copre le voci discordanti. Una guerra
che si chiama, appunto, Enduring Freedom. Si potrebbe correttamente
tradurre "Libertà sofferta". |
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