Allarmante rifiuto di George W.Bush agli accordi internazionali di Kyoto.
Un atteggiamento che preoccupa

Il netto rifiuto di Bush di sottoscrivere il protocollo di Kyoto, rifiuto già espresso a suo tempo dal Senato americano con 90 voti su 100 contrari alla ratifica, e ribadito anche nel vertice di New York di fine aprile, ha suscitato vivaci reazioni non solo tra gli ambientalisti di tutto il mondo, ma anche negli ambienti politici e diplomatici dei maggiori Paesi. Il rifiuto statunitense viene giustificato col timore che l’applicazione di vincoli alle imprese aggravi ancora di più la fase di crisi economica che gli USA stanno attraversando, allontanando quella ripresa che diventa di giorno in giorno più indispensabile per non far cadere l’economia Usa, e di conseguenza tutta l’economia mondiale, in una pericolosa recessione. Nonostante questa giustificazione la posizione americana rimane largamente criticabile, poiché secondo le conclusioni del gruppo IPCC (Gruppo Internazionale di studio sui Cambiamenti Climatici): "Vi è una grande evidenza scientifica riguardo alla responsabilità delle emissioni di gas serra nel riscaldamento del clima terrestre registrato negli ultimi cinquant’anni". Nel rapporto IPCC si legge che se il trend sarà confermato, la temperatura del Pianeta salirà tra 1,4 e 5,8 gradi centigradi entro la fine di questo secolo. Se ciò avvenisse, saremmo di fronte al riscaldamento più rapido e più sostenuto degli ultimi diecimila anni, con la desertificazione di molte zone semiaride e la drastica riduzione dei terreni coltivabili in molti Paesi del mondo. D'altronde un Paese come gli Stati Uniti che rappresenta solo il 4% della popolazione mondiale ma è responsabile di oltre il 25% delle emissioni di gas serra non può esimersi dall’impegno di idurre concretamente le emissioni stesse.

Se la posizione così negativa di Bush è senza dubbio da condannare, tuttavia essa è servita ad evidenziare alcuni limiti del trattato di Kyoto.

Il primo è che esso introduce vincoli all’emissione di gas serra solo per i Paesi sviluppati, nessun impegno per i Paesi in via di sviluppo. Questi ultimi non accettano vincoli sul piano internazionale per non mettere a rischio il loro fragile sviluppo economico. Se questo è vero, è però anche vero che fra non molti anni le emissioni di gas serra proverranno soprattutto da Paesi emergenti come la Cina o il Brasile.

Il secondo difetto del trattato di Kyoto è legato alla limitazione, (max 50%), nella possibilità di ridurre le emissioni di gas-serra nei Paesi terzi con fondi dei Paesi sviluppati, e contabilizzare tali riduzioni a favore dei Paesi sviluppati stessi, con un meccanismo denominato CDM (Clean Development Mechanism). Questo vincolo non ha senso nell’ottica della riduzione dell’inquinamento globale, piuttosto sembra mirato a costringere gli USA, grandi consumatori di energia, ad un comportamento di maggior risparmio, obbligandoli quindi a ridurre sostanzialmente le emissioni nel loro territorio. Certamente è giusto pretendere una modifica della struttura energetica statunitense, ma è anche inevitabile dover accettare tempi di adattamento più lunghi rispetto a quelli auspicabili, dovendosi produrre un sostanziale cambiamento di mentalità.

Preso atto dello stop americano , si potrebbe allora rinegoziare il trattato di Kyoto, coinvolgendo nell’impegno i Paesi in via di Sviluppo e abbattendo i vincoli del CDM.

Ottenuti questi risultati, si potrebbe riaprire un tavolo di trattative con gli Stati Uniti, inducendoli a ritornare sulle loro posizioni, tantopiù che le stesse grandi aziende americane sono convinte dei rischi dell’effetto serra e si stanno adoperando per ridurre le emissioni dei propri impianti, e si sono dichiarate favorevoli ad una più intensa attività del Governo per azioni a lungo termine contro il riscaldamento globale.



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