La variabile ambientale nel rapporto Banca-Impresa

La crescente importanza, che le tematiche ambientali stanno rivestendo in ogni ambito del contesto socio-economico mondiale, sembra non essere ancora stata recepita in misura visibile all’interno della cultura finanziaria e particolarmente di quella bancaria, pur riscontrandosi delle eccezioni talvolta anche di un certo spessore.
Scelte concrete in questa direzione sono già state compiute da diversi anni in alcuni paesi come gli Stati Uniti, la Svizzera, la Germania, l’Olanda o l’Austria dove, dietro la spinta o in diretto collegamento con le organizzazioni dei consumatori o con i movimenti ecologisti, sono stati costituiti fondi comuni o banche, che attuano una politica selettiva degli investimenti, indirizzandoli, ad esempio, a sostenere aziende che lavorano nel campo della salvaguardia ambientale, oppure che producono beni e servizi ecocompatibili.
Passi importanti, dunque, ma che testimoniano di un’attenzione ancora circoscritta, poiché il problema ambientale è visto dalle strutture finanziarie (forse sarebbe più corretto dire, da alcune strutture finanziarie, quelle più restie al cambiamento) come un fenomeno a loro "esterno", al quale dedicare attenzione essenzialmente per il fatto che rappresenta un settore su cui investire. Oggi, invece, un nuovo interesse sta sorgendo intorno a queste tematiche. Tale risveglio sembra collegato in modo più diretto alla corrente attività bancaria, ed è generato per un verso da un nuovo concetto di rischiosità degli investimenti e per un altro dal modo stesso di operare delle banche, che tendono a muoversi sui mercati con una operatività a trecentosessanta gradi
Un approccio di lungo periodo, attento ad assicurare all’impresa uno sviluppo più equilibrato dei rapporti con tutti gli stakeholders, sia economici sia sociali (Marangoni, 1995), favorisce, infatti, anche l’integrazione con gli altri obiettivi attinenti la tutela ambientale, giacché questi ultimi ne esaltano la competitività. L’investimento in tecnologie a minore impatto ambientale determina, infatti, l’acquisizione di vantaggi competitivi rilevanti per le imprese in termini di costi (risparmio energetico, riduzione di materie prime, riutilizzo dei residui laddove possibile) e di miglioramento della qualità del processo produttivo, che sono ulteriormente accresciuti se accompagnati da un’attiva opera di pubblicizzazione.
Venendo a considerare più in particolare la situazione italiana, c’è da osservare che, su queste tematiche, si registra un quadro ancora piuttosto arretrato. Tuttavia, le regole introdotte dalla nuova disciplina bancaria, volte a migliorare l’allocazione delle risorse finanziarie dirette al sistema produttivo, consentono di avviare una modifica radicale nel rapporto banca-impresa che, in prospettiva, apre anche da noi le porte ad una maggiore attenzione verso le tematiche ambientali.
Si è orientato il sistema bancario affinché sia più impegnato a sostenere una struttura finanziaria delle imprese tale che raggiunga un maggior equilibrio fra il finanziamento a breve e quello a medio-lungo termine. Ciò fa si che il conferimento di capitale di rischio, essendo guidato da una più puntuale stima delle capacità reddituali delle imprese, realizzi una qualificazione della operatività bancaria e, parallelamente, della struttura finanziaria delle aziende.
Al momento è ancora prematuro indicare con chiarezza come stiano evolvendo nel nostro paese i rapporti banca-impresa, perché i segnali provenienti dai due soggetti sono piuttosto confusi e, non di rado, risentono delle incomprensioni del passato. I termini generali che guidano la nuova filosofia creditizia fanno, però, emergere con forza che i due protagonisti economici sono spinti dalle oggettive esigenze del mercato a trovare sempre migliori occasioni di collaborazione, nella consapevolezza che un rapporto è tanto più proficuo quanto più è conforme al mutuo vantaggio.
Inoltre, l’elevata consistenza delle sofferenze a carico delle banche che si è prodotta in questi ultimi anni, sta facendo maturare una revisione dei criteri di valutazione e concessione dei prestiti alle aziende, portandole a rivolgere l'attenzione verso la ricerca di fattori che determineranno il permanere delle condizioni di equilibrio economico-finanziario dell’impresa.
Da considerare, infine, come la necessità per le banche di aumentare il flusso di ricavi da servizi pone l’esigenza di ampliare e diversificare l’attività svolta; essa potrebbe trovare un utile campo d’intervento nell’offerta di servizi e di prodotti finalizzati a sostenere quanti, in vario modo, contribuiscono alla tutela ed al miglioramento dell’ambiente.
Tutte queste valutazioni vanno nella direzione di porre in evidenza come l'analisi della variabile ecologica nelle imprese industriali, contribuendo alla valutazione dei rischi di varia natura che possono intaccare il valore di un’azienda, per il sistema bancario sarà sempre di più un elemento di fondamentale importanza.
Questo lavoro si propone di analizzare lo scenario entro cui le tematiche ambientali coinvolgono l’attività del mondo creditizio, cercando di evidenziare i rischi e le opportunità ad esse collegati, in un’ottica tesa a suggerire spunti operativi che consentano un approccio più flessibile ed integrato al problema.

Il concetto di rischio ambientale
Nel linguaggio corrente il rischio ambientale è inteso nell’accezione di "rischio di danno ambientale", causato da processi di lavorazione, scarichi urbani o industriali, costruzione di grandi infrastrutture che vanno ad influenzare un ecosistema. In sostanza, con tale espressione si connota essenzialmente un rapporto causale probabilistico di tipo negativo che intercorre fra una certa iniziativa imprenditoriale e determinati contesti territoriali. In linea generale, si può affermare che per le imprese il rischio ambientale implica un certo grado di responsabilità giuridica, sociale e, conseguentemente, economica che fa capo ai loro cicli produttivi.
Da un punto di vista bancario, invece, il rischio ambientale rappresenta la possibilità che l’azienda di credito risenta negativamente delle conseguenze di un danno ambientale, causato da un’impresa alla quale abbia concesso a vario titolo dei finanziamenti o delle garanzie.
Un’analisi più dettagliata della problematica consentirà di chiarire meglio i concetti enunciati.

Il rischio ambientale per l’impresa
Già dal 1980 si iniziò a parlare di responsabilità civile per i danni ambientali connessi all’attività industriale con la ordinamento CERCLA (Comprensive Environmental Response, Compensation and Liability Act) varata negli USA. Essa si poneva l’obiettivo di imporre alle imprese il ripristino delle condizioni originarie dei siti contaminati o inquinati. Una legislazione che ha fatto scuola. Oggi leggi su questa tipologia di responsabilità sono in vigore in Germania, Austria, Inghilterra e Olanda.
In tutti i paesi più industrializzati l’azione di salvaguardia ambientale, sospinta da una crescente sensibilità dell’opinione pubblica su questi temi, è andata costantemente ampliandosi e, di pari passo, è cresciuto il livello di responsabilità su cui interviene la giurisprudenza.
Venendo a considerare più in particolare la situazione italiana, si osserva che nel nostro paese sono previsti due tipi di responsabilità civile (Gerelli, 1995): quella della legge 349/86 basata sul dolo o sulla colpa di chiunque viola le norme di difesa dell’ambiente, obbligando il danneggiante a corrispondere un indennizzo alla vittima soltanto nel caso in cui egli non abbia esplicato il normale livello di diligenza richiesto per evitare il danno; oppure si può applicare, anche in materia di danno ambientale, il concetto di responsabilità oggettiva prevista dal codice civile (l’indennizzo è dovuto anche se il livello di diligenza è stato rispettato).
Occorre anche tenere presente l’esistenza di un’alternativa al mero risarcimento del danno offerta dalla legge 349/86. art.18, che prevede, ove possibile, la rimozione degli effetti dell’inquinamento mediante azioni di risanamento del sito inquinato da parte dell’impresa. Sempre negli Usa si stanno sperimentando situazioni avanzate in tema di responsabilità civile per danni ambientali, come ad esempio la legislazione sul Superfund, che stabilisce in particolare i criteri di determinazione della valutazione economica del danno causato alle risorse naturali: secondo la legislazione corrente americana, esso equivale ai costi di ripristino del sito (precedente in pratica al rilascio delle sostanze dannose) più il valore economico dei servizi ambientali perduti per effetto del danno (Bartolomeo ed Altri. 1995).
Tuttavia il rischio non è collegato solo ai processi di lavorazione ed allo smaltimento dei residui. Altra situazione di rischio ambientale in cui può trovarsi un’impresa è, infatti, determinata dalla carente gestione di un impianto, che ad esempio può provocare il deterioramento del suolo su cui esso sorge; in questo modo si determina una riduzione del valore dell’attivo patrimoniale, che finisce per gravare pesantemente sulla situazione economica e finanziaria dell’impresa.
Occorre pertanto sottolineare come il rischio per l’impresa di sostenere alti costi per sanare situazioni non conformi alle norme ambientali può avere riflessi fortemente negativi sulla sua redditività prospettica e, non di rado, sulla sua stessa sopravvivenza.
Né va dimenticato che, attivando dinamiche che travalicano i rispettivi ambiti territoriali, l’influenza della componente ambientale risulta rilevante anche nei rapporti impresa-fornitori. Un esempio recente ci viene proprio dall’Italia dove, nel comprensorio di Prato, gli ordinativi di cardato da parte della Germania, principale acquirente, hanno subito una forte flessione a causa del divieto previsto dalla normativa tedesca all’importazione di prodotti contenenti alcune sostanze coloranti. Anche nel nostro paese, inoltre, come già all’estero, è in continua crescita la pressione proveniente dalle varie forze sociali, che innescano su queste tematiche livelli di attenzione tali da richiedere non solo accorgimenti tecnici, ma anche un diverso approccio culturale.
Illuminante è il ruolo sempre più attivo giocato dalle comunità locali, che spingono affinché le imprese presenti nel loro territorio sviluppino una maggiore attenzione ambientale che, come nel caso delle concerie del Basso Val D’Arno in Toscana, hanno generato forti conflitti con il mondo imprenditoriale e le autorità locali (Floridia ed Altri, 1994).

Il rischio ambientale per la banca
Le considerazioni svolte a proposito del mondo imprenditoriale, se coniugate alle possibilità operative offerte alle banche in base alla recente disciplina bancaria prima ricordata, evidenziano quanto sia opportuno che nelle procedure di affidamento anche il rischio ambientale sia inserito fra le variabili da considerare. Esse andranno, infatti, a incidere in varie direzioni e, in particolare, su:
1) solidità economica e/o finanziaria dell’affidato: possibilità dell’impresa finanziata di essere in tutto od in parte inadempiente, dovendo rispondere di danni ambientali;
2) solidità patrimoniale dell’affidato: il valore di alcune poste patrimoniali e delle garanzie immobiliari possono ridursi o annullarsi per problemi connessi all’inquinamento; negli Stati Uniti ad esempio il diritto di riscatto di un’ipoteca può essere precluso a banche che abbiano finanziato insediamenti risultati poi contaminati;
3) riduzione del valore delle azioni industriali possedute in portafoglio dalle banche, qualora tali aziende rimangano coinvolte in incidenti che provocano dei danni ambientali;
4) responsabilità delle banche: esse possono addirittura essere chiamate a rispondere civilmente in solido dei danni ambientali causati dalle imprese finanziate. Il primo caso di questo genere, denominato "Fleet Factors" dal nome dell’azienda coinvolta, si e verificato negli Stati Uniti, nel 1990, (Bertucci, 1993). Quest’ultimo caso, forse anche quello che potenzialmente racchiude la minaccia più grave per il sistema bancario, è al momento circoscritto ad un’esperienza limitata e riteniamo che difficilmente potrà trovare, almeno in tempi brevi, una definita connotazione giuridica. La difficoltà maggiore a muovere in questa direzione è da individuare nella non facile soluzione, in caso di danni ambientali, del grado di estensione a cui può essere portato il principio di responsabilità solidale.
E’ possibile, infatti, che possano essere chiamati a rispondere di un’azione inquinante fatta da un’impresa anche i piccoli azionisti, quei risparmiatori che in essa hanno investito i loro risparmi, oppure i fondi comuni d’investimento. E, d’altronde, il loro azionariato non è altro che una forma di finanziamento, un dare credito a quella determinata impresa, per quanto ciò sia fatto senza valutare e talvolta neppure conoscere il tipo di produttività che essa attua.
Pur sottolineandole, va comunque tenuto presente che queste considerazioni sono da vedere fondamentalmente come la punta di un iceberg, come gli elementi più visibili di una "sensibilità ambientale" sempre più diffusa, che sta spingendo con forza crescente, sebbene in maniera ancora non univoca e chiara, per un diverso modo di concepire i rapporti tra strutture produttive e contesti territoriali e, pertanto, fra imprese, banche e società.
Negli Stati Uniti, dove le associazioni dei consumatori ed i movimenti ambientalisti sono in grado di sviluppare una forte pressione sugli apparati giuridici ed amministrativi, si sta registrando un forte incremento del numero di sentenze penali ed amministrative nei confronti delle imprese inquinanti, e questo si è riflesso anche sul sistema bancario, al cui interno oltre il 90% degli istituti ha attivato procedimenti di valutazione che consentono, in varia misura, di far emergere nell’istruttoria delle pratiche di affidamento anche il rischio ambientale. Al contempo le agenzie di rating richiedono alle imprese quotate informazioni particolareggiate su queste tematiche, come nel caso di Moody’s, che si interessa alle possibili responsabilità ambientali, connesse alla produzione o della SEC (Security and Exchange Commission), che impone alle società un insieme di dati relativi alle spese ambientali sostenute e sui sistemi di protezione adottati (Marangoni, 1995).

LA QUESTIONE AMBIENTALE E IL SISTEMA BANCARIO
In questa nuova fase evolutiva, le banche commerciali, soprattutto nel mondo industrializzato, hanno cominciato lentamente a rispondere ai programmi sullo sviluppo sostenibile.
Infatti, si riconosce che il mondo delle banche e quello naturale si incontrano almeno su tre questioni:


  • una banca ha un impatto diretto sull’ambiente attraverso la gestione delle sue operazioni (utilizzo di risorse, consumo di energia e produzione di rifiuti e inquinamento)


  • i clienti della banca producono effetti sull’inquinamento, ciò determina la necessità che anche le banche siano in grado di valutare tali impatti ambientali e di incorporarli nelle decisioni di finanziamento poiché il rischio ambientale è una componente importante del rischio complessivo (responsabilità indiretta per il danno ambientale, problemi di solvibilità per le aziende sopra ricordate)


  • l’effetto delle nuove richieste legislative sugli affari, insieme ad una coscienza ambientale sempre più sensibile delle popolazioni, da luogo a nuove richieste di finanziamento volte a sostenere il cambiamento, il miglioramento ambientale, i nuovi prodotti e servizi. Si creano, quindi, nuove opportunità economiche per le banche stesse che non possono essere lasciate sfuggire.



Oltre ai fattori relativi al rischio ambientale, che hanno coinvolto la banca come soggetto fondamentale, il mondo degli intermediari del credito ha dovuto fare i conti con una serie di nuovi stimoli derivanti dalla realtà che si evolveva. Da un certo punto di vista si sono manifestati chiari segnali di una crescente sensibilità dei risparmiatori rispetto alle connotazioni etiche dell’utilizzo dei fondi finanziari. Tale crescita di consapevolezza, che ha riguardato anche gli aspetti ambientali, ha fatto si che si cominciassero a costituire fondi etici, in grado di garantire il rispetto di certe condizioni nell’impiego dei capitali finanziari.
In questo contesto, non si può trascurare l’esperienza delle banche etiche e del loro successo che gli operatori finanziari non sono stati in grado di prevedere. Grameen Bank a livello mondiale, le MAG e BancaEtica nel nostro paese, hanno lasciato una traccia importante del desiderio dei risparmiatori di indirizzare le proprie risorse finanziarie in una direzione eticamente corretta. Il sistema bancario tradizionale ha dovuto prendere atto di questi segnali e reagire.


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