Galapagos: "La mano dell'uomo distrugge l'ultimo paradiso"

Grazia Francescato – Presidente dei Verdi ha dichiarato: “Era davvero l’ultimo paradiso, senza retorica, l’ultimo posto al mondo dove si poteva nuotare gomito ad ala con un pellicano bruno ed inciampare in un innocuo – nonostante le apparenze- iguana sulla porta di casa. E adesso anche qui l’uomo è arrivato a far danni. Il paradosso è che ci sono voluti decenni per garantire all’Arcipelago una protezione adeguata tramite la costituzione del Parco ed il varo – tre anni fa - di una legge di tutela del Governo ecuadoriano dietro pressione del WWF Internazionale.Ma non è solo l’ambiente ad essere danneggiato, anche le popolazioni locali non riceveranno una lira data l’assenza della copertura assicurativa della nave.Ad aggravare la situazione poi – come ha già ricordato Fulco Pratesi – contribuiscono le regole dell’Iopcf (Fondo per il risarcimento dei danni prodotti da inquinamento da idrocarburi) che dal 1992 non prevede alcun risarcimento del danno ambientale, ma solo i costi di un ragionevole ripristino”.

Le specie a rischio
A rischio sono soprattutto due delle centinaia di specie presenti sulle isole: il Cormorano Attero (Phalacrocorax harrisi) e il Pinguino delle Galapagos, (Spheniscus mendiculus). L'altissima specializzazione delle centinaia di specie animali (molte delle quali "endemiche", esistenti esclusivamente lì) presenti sulle isole rendera' ancora piu' difficile qualunque loro adattabilita' alle nuove condizioni ambientali che il disastro provochera'. Ai danni prodotti dal combustibile "bunker" e diesel che la nave sta sversando in mare si stanno aggiungendo quelli prodotti dalle migliaia di litri di solventi utilizzati per disciogliere il petrolio: in un'area cosi' delicata sarebbe meglio intervenire aspirando il petrolio sversato. "C'e' un enorme differenza tra cio' che accade nei mari dell'America meridionale e quelli del Continente settentrionale. Una petroliera come la
Jessica - ha aggiunto Stefano Lenzi, responsabile mare del WWF Italia – non sarebbe mai potuta entrare negli Stati Uniti: qui tutte le petroliere devono avere garanzie dal punto di vista assicurativo e finanziario e sui contratti rispetto alle societa' che intervengono in caso di inquinamento. Nelle acque delle Galapagos, invece, come molte altre parti del mondo, Mediterraneo compreso, si naviga 'senza rete"'.

Le regole che mancano
Le regole, in teoria ci sarebbero, ma restano tutte sulla carta e questo ultimo incidente ha svelato ancora una volta tutte le "falle" del commercio mondiale di petrolio: secondo il WWF ne' i petrolieri ne' gli stessi Stati hanno personale competente in grado di verificare la documentazione imposta
dalle Convenzioni internazionali come la MARPOL sull'inquinamento marino o la SOLAS sulla sicurezza della navigazione. Queste convenzioni impongono a chi governa le petroliere di verificare le condizioni strutturali e operative delle navi ma i controlli effettuato dalle autorita' marittime non sono assolutamente efficaci e spesso mancano gli strumenti di analisi e calcolo adatti. Spesso il personale non e' formato nella lettura dei documenti a bordo. Esiste anche l'obbligo del doppio scafo per le navi cisterna costruite a partire dal '96 oltre alle 5mila tonnellate in base alle regole OMI della Convenzione Marpol ma, alla luce dei numerosi incidenti verificatisi in questi ultimi anni, e' necessario accorciare i tempi della riconversione della flotta come gia' richiesto da Francia e Italia.

Una petizione le salverà
Oltre all'applicazione severa di queste regole l'unica speranza di salvezza per gli ultimi paradisi naturali come le Galapagos resta la dichiarazione di queste zone come "Aree Particolarmente sensibili" e interdette a qualunque traffico di navi pericolose o inquinanti come e' avvenuto gia' per la Grande Barriera Corallina australiana. La stessa richiesta il WWF la ha avanzata per alcune aree del Mediterraneo particolarmente fragili, come le Bocche di Bonifacio e l'Alto Adriatico, attraversate ogni giorno da navi cariche di petrolio e altre sostanze inquinanti.
Per sottoscrivere la petizione del Wwf: http://www.yepa.com/attivisti/petizioni/galapagos.htm


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