La lingua tagliata "perché parlava troppo". Dentro contenitori sotto
il sole cocente del tropico. Giorni interi senza cibo nel cuore del deserto.
Questi alcuni episodi di violenza ai giornalisti per aver promosso la
libertà di stampa in Africa.
Nove i giornalisti indipendenti, non asserviti ai regimi, sono stati uccisi
lo scorso anno nel continente nero.
Più o meno tutti omicidi di stampo quasi mafioso o paramilitare, solo
per aver tentato di portare una voce alla democrazia.
Tutto questo è stato raccontato oggi da giornalisti, diplomatici,
politici italiani durante la presentazione del rapporto dall’accattivante
titolo: "Africa: a caccia di giornalisti", curato da Stefano Neri di Informazioni
Senza Frontiere con la collaborazione degli studenti della scuola di giornalismo
di Bologna.
Un lavoro inusuale che predispone i giovani ad una formazione internazionale
e alla conoscenza dei problemi di censura alla libertà di espressione
giornalistica.
Nonostante la mancata presenza di giornalisti africani che avrebbero potuto
esprimere dal vivo alcune loro esperienze; il rapporto presenta un continente
diverso e con nuove esigenze.
Se, infatti, gli anni ’60 sono serviti a liberarsi dal colonialismo, i
dieci anni successivi sono stati la culla di regimi autoritari sfociati
nelle grandi guerre che si trascinano, in non pochi casi, fino ad oggi.
In questo contesto il giornalismo Ë stato molto vincolato e non aveva
possibilità di vita se non quello di regime.
Solo negli ultimi anni, con l’inizio di processi di democratizzazione,
sono sorti diversi mezzi di comunicazione indipendenti, per lo più radiofonici
e di carta stampata.
I giornalisti e le testate che hanno cominciato ad esporre argomentazioni
diverse, però, si sono trovati difronte al muro dell’ostruzionismo se
non di violenza. In Congo, bombe di escrementi tirati contro una redazione
indipendente, evidenzia la difficoltà di queste testate. "Giornali per
lo più settimanali – spiega Neri – poiché vivono di pochissime risorse
e, molto spesso, vengono sovvenzionati anche da organizzazioni internazionali".
A volte gli stessi materiali, come la carta, diventano un lusso di difficile
reperimento in aree di tensione. "Per questo internet – continua il curatore
– ha dato la possibilità ai giornalisti e le testate indipendenti di portare
la loro voce a livello di comunità internazionale". Uno dei benefici della
globalizzazione dell’informazione su cui, troppo spesso, gli occidentali
non hanno dato attenzione.
Non di rado, infatti testate europee hanno l’opportunità di pubblicare
articoli di giornalisti africani, prorprio grazie alla rete.
Informazioni senza Frontiere, nata per volontà del FNSI (sindacato unitario
dei giornalisti) dell’ARCI e delle ACLI hanno uno sponsor particolare:
la Regione Toscana, ente molto coinvolto nello scambio di idee e promozione
di regole per il pluralismo dell’informazione.
Notizie invisibili, perciò, potrebbero diventare scoop o comunque base
informativa per degli approfondimenti non solo politici, ma anche culturali
e sociali. La priorità di Informazioni Senza Frontiere, cercando di formare
gli studenti giornalisti italiani, attualmente punta all’area balcanica,
ma non di meno si sta interessando ai vicini colleghi africani.
Giornalisti in pericolo oppure non liberi di potersi esprimere liberamente
anche per un fatto fondamentale: la mancanza di benessere sociale. Sono
troppi i paesi africani dove un giornalista guadagna non più di centomilalire
al mese, o addirittura vive di tikets per mangiare. Una realtà che impedisce
di poter ragionare a prescindere dalla possibilità di sopravvivere giorno
dopo giorno, anche in assenza di guerre.
Perché abbiamo deciso di dedicare spazio ad un argomento come questo?
Principalmente, perché il continente africano vive principalmente di agricoltura
e materie prime e i giornali africani fanno ancora le grandi inchieste
che, spesso, coinvolgono l’ambiente. L’ambiente che sta assumendo sempre
più un valore economico e quind sotto l’attenzione di grandi interessi
sia nazionali sia internazionali.
Giornalisti come Carlos Cardoso, mozambicano, ucciso lo scorso novembre
più volte si era interessato di ambiente, agricoltura e politica.
Appoggiare le opinioni di questi giornalisti significa anche favorire
un’informazione globale e lucida sulla ecosostenibilità dei nostri tempi.
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