Da Il Salvagente n. 34 -  2-9 settembre 2004.

 

·        Luana Spernanzoni

 

A RISCHIO LA TIPICITA’

IL BIOLOGICO “MADE IN ITALY” SOTTO ATTACCO

Stanno arrivando massicce importazioni di cereali, legumi, frutta da paesi come Cina, Romania, Bulgaria a prezzi bassissimi. I prezzi per gli agricoltori nostrani crollan, per i consumatori no.

Cereali e legumi sono tra i prodotti principali  dell’agricoltura biologica italiana. I nostri terreni sono naturalmente vocati, il clima da nord a sud consente la coltivazione di diverse specie: grano tenero e duro, orzo, miglio, riso, mais, farro, che oggi coprono 200mila ettari. La coltivazione delle leguminose fertilizza naturalmente il terreno agrario, è quindi indispensabile nella rotazione agraria praticata dalle aziende biologiche dove l’utilizzo di concimi chimici di sintesi è bandito. Lenticchie, ceci, cicerchie, fagioli di tante varietà sono coltivate anche nei terreni poveri in tutte le regioni, più di 44mila ettari in tutta Italia. Questi prodotti agricoli sono stati riscoperti e valorizzati tanto da diventare in poco tempo emblemi della tipicità e della gastronomia di territorio.Almeno così ritenevamo.

Remunerazione al lumicino

 Il boom dei prodotti senza chimica ha portato in ogni supermercato frutta e verdura fresca biologica nazionale ma anche banane e frutta esotica certificata biologica proveniente dal Venezuela, dalla Repubblica Domenicana, frutti di bosco e funghi provenienti dalla Romania e dalla Bulgaria. A far concorrenza alle produzioni locali stanno arrivando sul mercato italiano, in quantità di anno in anno crescente, grano e riso proveniente dalla Romania, dal Kazakistan, dalla Mongolia fagioli, lenticchie e farro dalla Cina. Un fenomeno recente, la cui entità è difficile da quantificare. Stanno cambiando le dinamiche che hanno caratterizzato fino ad ora il mercato del biologico e si manifestano anche con l’arrivo in Italia di nuovi e imprevisti operatori. Lo scorso anno alla fiera “SANA” di Bologna diversi espositori italiani sono stati contattati da un signore cinese che, con tanto di catalogo e brochure di rappresentanza, proponeva la fornitura di una vasta gamma di prodotti: dal grano ai fagioli, a prezzi assolutamente concorrenziali. Le coltivazioni commissionate in Cina sarebbero state stoccate, lavorate e poi spedite in Italia complete di certificazione biologica.

Le importazioni a basso prezzo mettono in ginocchio gli agricoltori biologici italiani che, nonostante i raccolti abbondanti, vedono ridursi al lumicino il ritorno economico, mentre il consumatore non assiste ad una proporzionale caduta dei prezzi al consumo dei prodotti bio. Prezzi in picchiata del grano, quest’estate il prezzo non si è differenziato da quello convenzionale quotato non più di 15 euro al quintale, del mais a 18 euro, dell’orzo a 14 euro. Questi prezzi, come quelli delle leguminose, sono poco remunerativi sia per l’agricoltura biologica sia per quella convenzionale.

Il caso del farro

A falsare i prezzi dei prodotti agricoli è l’arrivo in Italia e in Europa di cereali e legumi biologici dalla Cina, dalla Romania e dai paesi dell’est europeo e da altri paesi extra comunitari a prezzi bassissimi. I costi di produzione in questi paesi non sono paragonabili rispetto ai nostri, sono molto più bassi: 5-6 euro/q.le costa il farro proveniente dalla Romania, mentre quello coltivato nelle zone appenniniche ha un prezzo di 25-30 euro. La manodopera in particolare, diversamente che nel nostro Paese, costa pochissimo. Il farro è un esempio emblematico, cereale di origine antichissima coltivato in Italia fin dal tempo degli etruschi è diffuso solo in alcune zone dell’Appennino: in Toscana (dove, in una ristretta area ha il riconoscimento DOP “farro della Garfagnana”), Lazio, Umbria, Marche e Abruzzo.

Dagli anni ’90, dopo la riscoperta e la valorizzazione della gastronomia di territorio, il farro che ha un gusto particolare e risulta ben digeribile anche da coloro che soffrono di intolleranza al grano tenero, è di moda tanto che pasta e biscotti di farro sono una costosa tendenza. Oggi i coltivatori locali non riescono a spuntare un prezzo remunerativo per il proprio raccolto. Sono pochi i molini che trasformano il farro in farina, non più di quattro o cinque in tutto il centro Italia, perché il farro è un cereale “vestito”, i chicchi sono avvolti da una pellicola esterna piuttosto dura e questo richiede una lavorazione particolare; pastifici specializzati lo trasformano in pasta dal gusto particolare e in tanti formati.. Anche mugnai e trasformatori sono in difficoltà perché non è più conveniente lavorare il farro locale.  Le industrie agroalimentari, per conquistare i consumatori attenti alle tendenze alimentari, hanno inserito nella gamma di prodotti anche le zuppe al farro, ai cereali e legumi. Per questo hanno bisogno di centinaia di quintali di farro dalle caratteristiche omogenee. “Ogni partita di farro è diversa dall’altra, noi lo sappiamo bene, la natura del terreno conferisce al farro sapore e consistenza delle cariossidi diversa e non possiamo soddisfare la richiesta” dichiara un trasformatore di Teramo. Commercianti e trasformatori si stanno adeguando, un importatore umbro ha scelto la via più breve: ha acquistato un intera azienda agricola in Romania, lì coltivare fagioli e cereali con il metodo dell’agricoltura biologica costa pochissimo, manodopera economica a volontà.

Etichette mute

Del giro che fanno le materie prime non c’è traccia in etichetta, la certificazione biologica dichiara la conformità alle regole ma i consumatori non sanno dove è stato coltivato il grano o le lenticchie perché per legge basta riportare in etichetta la sede dell’impianto di confezionamento. NaturaSì, la catena italiana di piccoli supermarket del biologico ha deciso di non acquistare prodotti all’estero se non dalla tedesca Rapunzel, ente certificatore del biologico che garantisce anche che c’è un rapporto eticamente corretto con il paese e la popolazione che coltiva e raccoglie i prodotti. Come tutelare le tante produzioni bio italiane? “Solo l’immediata predisposizione di un sistema di certificazione dell’origine del prodotto del territorio consentirà al consumatore di riconoscere, se vuole, il prodotto locale e all’agricoltore di mantenere economicamente vitale la propria azienda biologica, oggi questo obbligo riguarda ancora pochi prodotti - suggerisce Marco Moruzzi responsabile agricoltura dei Verdi – e aggiunge: il settore cresce ma l’anello sempre più debole è quello dell’agricoltore italiano.”

LA CINA FA PAURA ANCHE NEL BIO

I controllori italiani possono vagliare solo le importazioni dirette. Sfuggono le triangolazioni

 

La crescita delle importazioni di prodotti biologici dai paesi extracomunitari è in continuo aumento, ma da dove vengono, chi garantisce che siano davvero biologici e non siano state impiegate sostanze chimiche non ammesse? Il Ministero delle Politiche agricole (MIPA), che pure autorizza l’importazione e la relativa certificazione di prodotti biologici dai paesi non comunitari, ha difficoltà a fornire dati aggiornati sul fenomeno. Una banca dati condivisa da tutti i paesi europei, che obbliga gli operatori dell’import ed export biologico a fornire informazioni aggiornate, è ancora in una fase sperimentale. Neanche l’ISTAT ha fino ad ora provveduto a censire adeguatamente l’agricoltura biologica, pertanto la trasparenza e l’informazione ai consumatori è ancora lontana. Molte importazioni non sono dirette ma derivanti da lecite “triangolazioni” ovvero i prodotti biologici extraeuropei,  certificati come tali da un organismo di controllo internazionale riconosciuto e rispondente alle norme europee, vengono importati all’interno dell’Unione dopo che la documentazione che li accompagna è stata acquisita e comprovata dall’ente certificatore del paese ricevente. Con questo passaggio le merci possono circolare liberamente attraverso i canali commerciali della Comunità Europea. Una sorta di riciclaggio che va a discapito della trasparenza e della tracciabilità. Ad esempio: se un commerciante olandese importa dalla Cina fagioli controllati da un Organismo di Controllo accreditato in quel paese, i legumi arrivano in Italia senza che nessuno, ad eccezione dell’Organismo di Controllo olandese, ne conosca la provenienza. Le norme comunitarie e nazionali impediscono ai consumatori di sapere l’origine delle materie prime. Si risale alla provenienza del prodotto solo nei casi in cui l’importazione in Italia da paesi “terzi” sia diretta. In questo caso è necessaria l’autorizzazione del MIPA, quindi  un Organismo di Controllo italiano certifica che sono biologici.

 

COSA VIENE CERTIFICATO NEL NOSTRO PAESE

Quanto del biologico che mangiamo viene dall’estero? E cosa è certificato da un Organismo di controllo del nostro Paese? Il Salvagente ha rivolto queste domande direttamente ai principali enti di certificazione italiani, cercando di capire anche la provenienza degli alimenti eventualmente controllati. Vediamo cosa ci hanno risposto.

ECOCERT ITALIA certifica l’importazione di banane fresche e in polpa provenienti dal Brasile e dall’ Ecuador e grano tenero proveniente dall’Australia

BIOS non certifica prodotti provenienti da paesi terzi

QC&I certifica succo e polpa di aloe proveniente dal Venezuela, frutti di bosco e funghi dalla Bulgaria

SUOLO E SALUTE certifica riso della Mongolia, grano del Kazakistan e banane dalla Repubblica Domenicana. Qui una filiale provvede a certificare sul posto le coltivazioni.

CCPB - Consorzio per il Controllo dei Prodotti Biologici ha dichiarato di non essere in grado di fornire dati perché il meccanismo di certificazione non lo consente/prevede.

IMC lIstituto Mediterraneo di Certificazione ha sviluppato una politica di certificazione nei Paesi dell’area mediterranea con l’obiettivo di intervenire mediante la certificazione quale strumento di supporto e garanzia dei consumatori e sviluppare azioni di partenariato tra le realtà produttive agricole delle due sponde. In Egitto e in Tunisia hanno aperto sedi stabili impiegando personale locale e presto apriranno una sede anche in Libano. Le aziende controllate e certificate, che producono principalmente patate, meloni, pomodori e datteri, sono ancora in fase di conversione.

ICEA Istituto Certificazione Etica e Ambientale certifica grano tenero, grano duro e orzo da Kazakistan, zucchero di canna proveniente da Cuba e Paraguay, olio extravergine e frutta surgelata dalla Turchia, funghi e piccoli frutti dall’Ucraina.

CODEX non ha trattato fino aggi alcuna pratica relativa all’importazione di prodotti da agricoltura biologica provenienti dalla Cina o dai Paesi Terzi e dell’Est europeo.

Nessun Organismo di Controllo ha dichiarato di certificare prodotti provenienti dalla Cina, dobbiamo quindi dedurre che eventuali importazioni da questo paese avvengono attraverso canali indiretti. Perché la Cina fa paura anche nel caso produca cereali e legumi? Questi timori sono reali o frutto di pregiudizi? Le recenti notizie circa le dimensioni dell’inquinamento ambientale nella Repubblica Popolare Cinese, presente non solo nelle aree industriali ma diffuso a macchia di leopardo anche nelle zone agricole dove industrie e discariche di rifiuti sorgono senza regole e controlli, fanno sorgere legittimi dubbi sulla possibilità che questo paese possa essere contemporaneamente un grande produttore ed esportatore di materie prime, prodotti industriali e alimenti ecologici.

Una grande azienda agro alimentare italiana molto nota (ci ha chiesto di non essere citata), che commercializza cereali e legumi pronti da mangiare provenienti da agricoltura convenzionale, non sottoposti quindi al sistema di controllo e certificazione previsto dal biologico, ha smesso da tempo di rifornirsi da questo paese. “Sebbene sia difficile rinunciare a rifornirsi dalla Cina, che ha una potenzialità d’offerta di gamma e di quantità di prodotto   straordinarie - hanno dichiarato -  non fornisce sufficienti garanzie di qualità e tracciabilità, due fattori imprescindibili per un impresa alimentare seria”.

Il duro “ je accuse” di Vincenzo Vizioli

A guardar bene i dati del Ministero delle Politiche Agricole già a dicembre 2003 evidenziavano la diminuzione del numero dei produttori da 60.500 nel 2001 a 55.900 nel 2003 contro un incremento degli importatori (da 122 a 155) e dei trasformatori (da 3.947 a 4.300).

Cresce la preoccupazione degli agricoltori biologici, Vincenzo Vizioli presidente di AIAB l’associazione più rappresentativa nel settore del biologico con oltre 14.000 soci produttori, in merito alle importazioni da paesi terzi lancia un je accuse: “ l’aumento dell’import non è un fenomeno momentaneo, questo non significa che i cinesi non debbano fare legumi bio, anzi, bene così, ma se negli ultimi anni in Italia, paese leader per superfici investite e numero di operatori, sono aumenti gli importatori ed i trasformatori, vuol dire che il mercato c'è, infatti, i consumi crescono del 10%, ma contemporaneamente spariscono tante piccole aziende e ne entrano alcune grandi; quindi qualche cosa nella politica agricola comunitaria ed in quella italiana non ha funzionato, non è stata fatta una politica di sostegno del biologico interno”.


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