I Verdi al G8 di Genova
CONTRO IL FONDO FINO IN FONDO

La storia dei "movimenti Ifi" e la loro complessa articolazione.
Una battaglia per il Sud del mondo osteggiata da molti governi del Sud.
Il rapporto con le campagne antiglobalizzazione.
La rincorsa ai summit dei Grandi.

di FRANCESCO MARTONE

da "Limes", "I popoli di Seattle", volume 3/2001, dedicato al fenomeno dei movimenti anti-globalizzazione in occasione dell'appuntamento del G8 a Genova.

1. « HEY HEY HEY, HO HO HO, THE WORLD Bank's Gotta Go!», strillavano i più agguerriti manifestanti della rete internazionale «50 Years is Enough» («50 anni bastano»), che nel settembre 2000 hanno assediato il Palazzo dei Congressi di Praga durante l'ultimo incontro annuale della Banca mondiale (Bm) e del Fondo monetario internazionale (Fmi). In piazza c'era il vario arcipelago di associazioni di base, Ong ed associazioni ambientaliste, centri sociali, sinistra antagonista: un arcipelago multicolore, che esprimeva le varie anime dei movimenti che a livello globale e locale si occupano di Banca mondiale e Fondo monetario internazionale e che in varia maniera affrontano con spirito critico il mantra della globalizzazione. Sempre esisterà chi le istituzioni le vuole riformare, dal basso, o attraverso la partecipazione diretta, chi le vuole sostituire con altre organizzazioni, e chi invece decide di lavorare all'interno, con l'illusione di poterle trasformare attraverso la pratica di campo. Chi lavora in attività di advocacy, in stretto contatto con le comunità locali dei paesi impoveriti, e chi invece adotta un approccio tecnocratico, tentando di migliorare gli strumenti a disposizione della Bm e dell'Fmi. E chi invece attraverso l'Fmi e la Bm contesta l'ideologia neoliberale, quella del «Washington Consensus», e pertanto le vuole abbattere. In questo caso però la diversità può essere forza, a patto che sia basata sul principio della complementarità, e non crei i presupposti per una cooptazione da parte delle istituzioni, o peggio, come sta già succedendo, una divisione tra attivisti «buoni» e «cattivi». Il vero elemento imprescindibile resta però il radicamento forte e diretto con i movimenti di base, che lega il lavoro svolto nei paesi «ricchi» con le istanze che provengono dal Sud del mondo. Approcci diversi quindi, per strategie necessariamente diverse, ma non per questo conflittuali: basti pensare ad esempio alla posizione dei sindacati nei paesi del Nord ed in quelli del Sud. Nei paesi del Nord, il sindacato «tradizionale» adotta una strategia di lobbying, incontrandosi con i presidenti di Banca mondiale e Fondo monetario internazionale per esortarli ad includere nei loro piani di assistenza ai paesi l'obbligo di rispettare le norme generali del lavoro (core labour standards), mentre invece il sindacato è in piazza a dimostrare contro l'Fmi e la Bm, in Argentina, in Brasile, in Ecuador, o in Turchia, paesi vessati dai piani di aggiustamento strutturale e dai piani di salvataggio finanziario che fiaccano lo Stato sociale e in nome della flessibilità del mercato del lavoro mandano a casa milioni di lavoratori. Il caso del sindacato non è il solo, come vedremo in seguito.
Uno sguardo alle diverse anime e alle diverse strategie che caratterizzano le campagne sulla Banca mondiale ed il Fondo monetario internazionale, che da ora in poi verranno chiamati «movimenti Ifi» (Ifi=Istituzioni finanziarie internazionali), potrà forse contribuire a fare chiarezza sul fenomeno che la stampa italiana si affretta a definire in maniera troppo riduttiva «il popolo di Seattle», come se le tensioni e le pulsioni antagoniste o comunque critiche nei confronti delle istituzioni finanziarie internazionali siano emerse solo in quella occasione.

2. La storia dei movimenti Ifi risale invece ad almeno quindici anni prima, anche se in maniera sporadica già da tempo si erano verificate le prime resistenze ed opposizioni agli investimenti ed ai programmi economici della Banca mondiale e del Fondo monetario internazionale. La Bm e l'Fmi erano allora solo oscure istituzioni, manovrate dagli interessi geopolitici degli Stati Uniti, strumento del nuovo colonialismo: la parola globalizzazione non era ancora entrata nel lessico quotidiano.
I primi segni di attività coordinate di associazioni non governative intorno alla Banca mondiale si hanno nel 1985, quando alcuni ambientalisti brasiliani preoccu-pati per i piani di colonizzazione della foresta amazzonica da parte del governo centrale scoprirono che la Banca mondiale stava finanziando alcuni progetti infrastrutturali, tra cui il mega progetto minerario Grande Carajas nello Stato del Parà, le dighe di Xingù, Tucurui e Balbina, ed i progetti di Calha Norte e Polonoroeste, che prevedevano la colonizzazione ed il controllo militare e politico di ampie zone di frontiera della foresta amazzonica. Le pressanti richieste di informazioni al governo brasiliano caddero nel nulla. Così una delegazione di indios accompagnata dall'ambientalista José Lutzenberger andò a Washington per cercare di parlare direttamente con la Banca mondiale. E di portare la denuncia nelle aule del Congresso.
Da lì nacque la prima alleanza con le Ong e le associazioni ambientaliste americane, che per molto tempo ancora caratterizzerà parte del movimento Ifi. Già da prima i movimenti sociali del Sud si erano mossi contro la Banca mondiale. Un esempio tra tanti: nel 1979, una campagna di azioni dirette, proteste di massa ed atti di disobbedienza civile da parte delle popolazioni coinvolte nel progetto idroelettrico sul fiume Chico nelle Filippine spinse la Banca mondiale a ritirare il suo sostegno finanziario.
Nel 1988 però si mettono insieme i primi tasselli di un movimento globale informale che si preoccupa della sopravvivenza dei popoli, della biodiversità (già circolavano gli scritti di Vandana Shiva, di Susan George e Wolfgang Sachs, mentre le pubblicazioni del Third World Network e la rivista inglese The Ecologist erano tra i principali riferimenti «ideologici» del movimento) e del debito estero, e che lentamente inizia ad usare i mezzi di comunicazione informatici: siamo all'ora zero della e-mail. A Berlino quell?anno sono in decine di migliaia a sfilare per le strade contro la Banca mondiale ed il Fondo monetario: «Autonomen» ed Ong, ambientalisti e terzomondisti. Il Tribunale permanente dei popoli condanna le due istituzioni per aver fatto precipitare nella povertà la stragrande maggioranza dei popoli del pianeta. Si scatenano gli scontri di piazza e si organizzano i controvertici. Anche in Italia, per l'intuizione geniale del compianto Alex Langer, si crea una «rete» che esprime la varietà e la molteplicità del pensiero politico e della prassi quotidiana che alla parola «globalizzazione» non ancora entrata nel lessico quotidiano sostituiva quella dei «rapporti Nord-Sud». Così nasce in Italia la «Campagna Nord-Sud. Sopravvivenza dei Popoli, biosfera, debito», che già alla fine degli anni Ottanta lavora sul debito estero, sulla Banca mondiale, sul Fondo monetario inter-nazionale, facendosi portavoce delle varie istanze e delle varie realtà sociali e politiche dei paesi del Sud.
Nel 1989 cade il Muro, e cade la contrapposizione tra blocchi. Inizia a farsi strada il pensiero unico, il mondo ridotto ad un unico grande mercato. Saltano i vecchi parametri dei rapporti Nord-Sud, e la Banca ed il Fondo diventano i fedeli interpreti del Consenso di Washington, i profeti della globalizzazione. Le associazioni ambientaliste continuano a pedinare la Banca mondiale, dal Nord e dal Sud, legando con efficacia le mobilitazioni delle comunità locali con le attività di pressione sui decisori politici nelle capitali dei paesi ricchi, quelli del G7, quelli che hanno la maggioranza dei voti nel Consiglio di amministrazione della Banca e del Fondo. Le Ong di cooperazione, poche per la verità, e principalmente le grandi charity organizations, iniziano a lavorare sul campo con la Banca mondiale in progetti di sviluppo sociale e lotta alla povertà. Una goccia d'acqua nell'oceano, visto che la Banca destinava, e destina tuttora la stragrande maggioranza dei suoi fondi a piani di aggiustamento strutturale e a investimenti nel settore pri-vato.
L'intelligencija terzomondista inizia a fare i conti con la problematica del debito estero, del nuovo ruolo di Fmi e Bm, analizzandone la filosofia ed i programmi in chiave materialista storica.
Nel 1988 15 mila persone manifestano a Singrauli, in India, sito di una megacentrale a carbone finanziata dalla Banca mondiale. Nel 1990 si tiene a Washington il primo controvertice delle Ong del Nord e del Sud del mondo, in occasione degli incontri annuali di Banca mondiale e Fondo monetario internazionale, organizzato dal Bank Information Center, tuttora il principale punto di riferimento non governativo delle campagne sulla Banca mondiale. Per qualche anno le campagne su Bm e Fmi si sviluppano in maniera frammentaria, anche se soprattutto intorno al progetto di diga di Narmada, in India, si rafforzano le alleanze tra associazioni ambientaliste dei paesi ricchi, da una parte, e organizzazioni sociali radicali dall'altra, quali il Narmada Bachao Andolan. Nelle Filippine si rafforza la Freedom from Debt Coalition, rete nazionale di organizzazioni sociali che lottano contro il debito e gli aggiustamenti strutturali, nei villaggi e nelle città. Il Third World Network, di Martin Khor e Vandana Shiva diventa il maître à penser del movimento Ifi, insieme ad esperti quali Bruce Rich, dell'Environmental Defense Fund di Washington, che vincerà nel 1995 il Global 500 Award dell'Unep per il suo impegno decennale per la riforma della Banca mondiale, culminato qualche anno dopo con Mortgaging the Earth, libro-accusa sulla storia ed i misfatti della Banca.
Le due componenti storiche del movimento Ifi fino al 1992 - ed anche oltre - possono essere riassunte come segue: da una parte i riformisti e dall'altra gli «svi-luppisti»; da una parte quindi le associazioni ambientaliste, i popoli indigeni e le organizzazioni di base e cittadine del Sud, e dall'altra le Ong di sviluppo, le grandi charity che partecipavano direttamente dapprima ai progetti di campo, e poi anche a meccanismi formali di consultazione con la burocrazia di Washington, attraverso l'Ong Working Group on the World Bank. I rapporti tra i due «schieramenti» sono inizialmente di pacifica coabitazione. Le organizzazioni ambientaliste, soprattutto in Canada, Giappone, Stati Uniti, Germania, Inghilterra, ed in parte in Italia, lavorano in rete, mobilitando i propri parlamenti ed incontrando i propri rappresentanti presso i ministeri del Tesoro e la Banca mondiale. Vengono seguiti due approcci, uno chiamato «policy-based» e l'altro «project-based», quest'ultimo il più usato, perché maggiormente efficace. Il «project-based approach» consiste nel lavorare su un progetto specifico della Banca, principalmente nel settore infrastrutturale (non a caso le grandi campagne contro i progetti della Banca mondiale ruotano spesso attorno alle dighe, simbolo ed icona dei mali del progresso, e dell'approccio antidemocratico e verticista della Banca mondiale alle questioni dello sviluppo), su richiesta esplicita delle comunità locali che ne subiranno gli effetti. Si studia il progetto, si cercano alternative e si sostengono le campagne locali, fornendo anche una rete di protezione «politica» a quegli attivisti che rischiano il carcere per il loro impegno. Dal progetto si cerca di partire per analizzare alcune lacune croniche dell'operato della Banca, ad esempio la necessità di introdurre meccanismi di controllo esterno, o politiche di accesso all'informazione, di valutazione di impatto ambientale. Quindi dal particolare, le campagne «project-based» risalgono al generale, contribuendo ad apportare miglioramenti al progetto in questione, se non addirittura alla sua cancellazione, ed anche alla definizione di procedure più trasparenti e sostenibili. Lo strumento del dialogo critico viene accompagnato da un forte ricorso alla denuncia per mezzo dei media ed alla mobilitazione parlamentare.
Il «policy-based approach» manca per lo più di questa forte caratterizzazione di «movimento», ed è seguito per lo più da Ong ed associazioni ambientaliste più «tecniche». Esso si concentra sull'analisi ed il dialogo costruttivo con la Banca su questioni «macro», quali le strategie di lotta alla povertà, o gli approcci all'aggiustamento strutturale. E poi ci sono le Ong «operative», spesso le stesse coinvolte ad alcuni livelli nel «policy approach», che operano anche direttamente con la Banca mondiale in progetti di terreno. Le iniziative sull'Fmi sono più sporadiche e meno strutturate. Ciò per la impossibilità di accedere a documenti confidenziali, arma di grande efficacia nelle campagne «project-based»; per la chiusura totale dell'Fmi verso qualsiasi tipo di comunicazione con il mondo non governativo; e per la difficoltà a visualizzare e rendere così politicamente fruibile e denunciabile all'esterno l'operato ed i programmi dell'Fmi, questione in mano a pochi esperti del Nord, anche se comunque oggetto di forti proteste popolari nel Sud del mondo.

3. Il biennio 1992-'93 segna un punto di svolta per le campagne sulle Ifi. Nel 1992 nasce a Rio quella che possiamo ora definire la «società civile globale» - la fusione tra movimenti di base e associazionismo dei paesi del Sud e del Nord del mondo, che ha luogo nel Global Forum in occasione della Conferenza Onu su sviluppo ed ambiente. Strano che la stampa non l'avesse chiamato allora il «popolo di Rio». Nel 1992 la campagna internazionale contro la diga di Narmada fa un grande salto in avanti: le mobilitazioni non violente nella valle, gli scioperi della fame degli attivisti in ogni parte del mondo, le pressioni continue sui governi dei paesi donatori, spingono la Banca mondiale a creare una commissione di indagine interna, la commissione Morse. Gli esperti svolgono un?inchiesta sul campo giungendo a conclusioni sconcertanti, che però confermano le critiche delle organizzazioni am-bientaliste e del Narmada Bachao Andolan: la Banca è una tecnocrazia senza controllo democratico, che non tiene in alcuna considerazione le proprie stesse regole e tanto meno gli interessi e le esigenze delle comunità locali. Dinamite nelle mani degli attivisti indiani e non. Un documento anch'esso fatto circolare «clandestina-mente», grazie a qualche «talpa» nel sistema e che avrebbe aiutato non poco nella lotta contro la diga.
L'occasione viene dopo qualche mese con l'inizio dei negoziati per la ricostituzione di capitale («replenishment») dell'Ida, l'International Development Association, la struttura della Banca mondiale che si occupa di prestiti ai paesi più poveri per programmi di sviluppo sociale. Il «replenishment» fornisce l'unica occasione per mobilitare efficacemente i parlamenti che devono approvare i contributi triennali all'Ida e possono quindi aver maggior voce in capitolo. Fino ad allora, il Congresso Usa, secondo una logica bipartisan, a forte partecipazione repubblicana, era riuscito ad imporre alla Banca l'introduzione di procedure di trasparenza e valutazione di impatto ambientale, pena la sospensione dei fondi. Il fine giustifica i mezzi, vale la pena di dire, se perfino Ralph Nader dalle colonne del Multinational Monitor teorizzava un'alleanza strategica con i repubblicani isolazionisti per aumentare la pressione sulla Banca. La campagna contro l'Ida forniva l'occasione per alzare il tiro e lanciare un'iniziativa globale per il congelamento dei fondi per la Banca mondiale, finché la stessa non avesse cancellato la diga di Narmada e risolto le irregolarità denunciate dalla commissione Morse.
Un altro documento messo in rete da una «talpa» avrebbe completato l'armamentario a disposizione delle campagne Ifi: il rapporto Wapenhans, una valutazione interna della qualità dei progetti della Banca secondo il quale il 37% di tutti i progetti finanziati dalla Banca sono da considerarsi insoddisfacenti secondo gli stessi parametri finanziari della Banca, e il 78% di tutte le condizioni finanziarie accluse ai progetti non sono state soddisfatte. Altri rapporti interni rivelano che oltre 2 milioni di persone sono state espulse dalle loro terre in seguito a progetti finanziati dalla Banca. Forti di queste rivelazioni, le associazioni ambientaliste occidentali e le organizzazioni sociali del Sud del mondo, lanciano una campagna contro il «replenishment» dell'Ida. Si consuma così la frattura tra questa parte del movimento e le grandi Ong di cooperazione, che invece ritengono l'Ida strumento importante di sviluppo e non considerano opportuno interrompere il dialogo con la Banca. Una frattura questa non ancora sanata del tutto, nonostante i tentativi di aprire i lavori del Working Group on the World Bank anche ad associazioni ambientaliste. Tentativi in parte vanificati dall'appoggio chiaro dato al presidente della Banca mondiale James Wolfensohn con una lettera nella quale le charity prendevano le distanze dalle proteste e dai controvertici organizzati in occasione degli incontri di Bm e Fmi nell'aprile 2000.
La campagna sull'Ida riesce tuttavia a portare al ritiro della Banca dalla diga di Narmada, ed all'introduzione da parte della Banca mondiale del cosiddetto «Inspection Panel», una sorta di difensore civico indipendente composto da tre esperti, al quale possono ricorrere le comunità locali qualora si ritenessero danneggiate da comportamenti omissivi o da violazioni delle regole interne da parte del personale della Banca mondiale. La creazione dell'Inspection Panel fornisce alle organizzazioni sociali del Sud e del Nord un altro scenario per le loro campagne di riforma delle istituzioni finanziarie internazionali. Dal 1993 ad oggi decine sono stati i ricorsi al Panel su progetti controversi, dalle grandi dighe quali Yacyretà in Argentina-Paraguay, a progetti energetici (Singrauli in India, Chad Cameroon Oil and Pipeline Project), al più recente progetto di colonizzazione Western China Poverty Reduction. Sostenere l'Inspection Panel (simbolo e roccaforte di trasparenza e controllo democratico all'interno della Banca) dagli attacchi del personale della Banca e dei governi dei paesi del Sud del mondo è stato uno dei leitmotiv delle campagne globali delle associazioni ambientaliste ed in questo caso anche delle Ong: forse il primo segnale di un riavvicinamento. Le campagne sull'Inspection Panel hanno anche allargato il fronte del movimento, coinvolgendo centri di ricerca ed università prestigiose, istituzioni quali il Parlamento europeo, organizzazioni dei diritti umani che restavano in parte ai margini delle campagne.
La storia dell'Inspection Panel però rivela che la riforma della Banca mondiale e dell'Fmi è cosa ben più complessa di quanto possa apparire. Infatti, in prima linea per rendere la Banca meno trasparente e annullare i relativi progressi fatti negli anni sono i governi dei paesi del Sud, che temono un'aggressione alla propria sovranità in nome del rispetto dei diritti umani, dell'ambiente, e della giustizia sociale.
Ed i movimenti di base in quei paesi solo in parte sostengono la necessità di abolire la Banca ed il Fondo. Alcuni di loro ritengono che la Banca possa essere comunque uno strumento per rendere i propri governi più trasparenti e responsabili. Le reti non governative indonesiane, ad esempio, dopo il crollo del regime di Suharto hanno dialogato anche duramente con la Banca ed il Fondo, senza però chiederne l'abolizione. Lo stesso vale per le reti non governative brasiliane, che invece lavorano per aumentare il potere di controllo ed indirizzo del loro parlamento e della società civile.
Le differenti strategie quindi non sono solo tali a seconda degli attori - Ong, associazioni ambientaliste o movimenti sociali - ma lo sono anche a seconda che si tratti di attori di paesi che finanziano la Banca mondiale o di paesi che ne ricevono i prestiti. È anche una questione di legittimità, che concerne i cittadini del Nord ricco in quanto contribuenti (la logica tutta anglosassone del taxpayer money) che finanziano e quindi controllano politicamente tali istituzioni ed i cittadini dei paesi che subiscono gli effetti dei progetti e dei programmi delle Ifi, dove la riforma o il confronto critico con queste istituzioni non può e non deve prescindere da una critica nei confronti delle politiche finanziarie, economiche e sociali sostenute da quei governi. Grosso modo lo stesso vale per le campagne sull'Fmi. Già, che fine ha fatto il Fondo nel panorama delle campagne internazionali?

4. Torniamo indietro nel tempo. Siamo al 1994, il cinquantesimo anniversario della Conferenza di Bretton Woods, che istituisce la Banca mondiale ed il Fondo monetario internazionale. In una Madrid blindata affluiscono migliaia di dimostranti, che si riuniscono in un controvertice mentre di nuovo il Tribunale permanente dei popoli condanna l?Fmi e la Banca mondiale per i loro piani di aggiustamento strutturale. Da Madrid nasce la rete «50 Years is Enough!», all'inizio molto forte negli Stati Uniti, con forti radici nei movimenti studenteschi, di immigrati, e dei diritti so-ciali, e con partner in molti paesi nell'America Latina e dell'Africa. Lentamente anche l'Fmi entra nelle campagne dei movimenti Ifi, seppure solo di striscio - anche in questo caso si parte dall'ambiente e dall'impatto dei piani di aggiustamento strutturale sull'ambiente mentre a livello internazionale si intensificano le attività di lobbying sui governi in preparazione dei vertici del G7. Ad Hali-fax, nel 1994 le Ong e le associazioni di ogni parte del mondo chiedono al G7 una
sostanziale riforma della Banca mondiale e dell'Fmi e la cancellazione del debito estero dei paesi in via di sviluppo.
Sarà però la nascita della campagna Jubilee 2000 per la cancellazione del debito a dare maggior impeto alle iniziative sul Fondo monetario internazionale. Da Washington parte una campagna per il blocco dei fondi all'Esaf (Enhanced Structural Adjustment Facility), mentre la tematica del debito ed il lancio della Hipc (Hi-ghly Indebted Poorer Countries' Initiative) da parte della Banca e del Fondo fornisce alle organizzazioni lo spunto per affinare le proprie strategie sull'Fmi. L'aiuto viene dal fallimento degli interventi dell?Fmi in Russia, Thailandia, Brasile ed Indonesia, dall'incapacità del Fondo di prevenire la crisi finanziaria del 1997, e dai risultati di un rapporto interno sull'Esaf che denuncia l'aumento della povertà seguente agli interventi di aggiustamento strutturale da esso finanziati. I movimenti popolari in quei paesi si mettono in rete con le associazioni più attive nei paesi del Nord, che a loro volta creano coalizioni nei loro paesi, per occuparsi di Banca e Fondo: Agir Ici in Francia, Weed ed Urgewald in Germania, Both Ends in Olanda, Berne Declaration in Svizzera, 50 Years is Enough e Friends of the Earth in America, Rede Brasil in Brasile, Infid in Indonesia, Focus on the Global South in Thailandia, Cee Bankwatch in Europa orientale, la Campagna per la riforma della Banca mondiale in Italia, Red Bancos in Uruguay, Bretton Woods Project in Inghilterra, Halifax Ini-tiative in Canada.
Le strategie seguite dalle campagne sull?Fmi sono in parte collegate a quelle di Jubilee 2000: il debito estero ed il collegamento tra questo ed i piani di aggiusta-mento strutturale rendono la critica all?Fmi finalmente «fruibile» dal punto di vista mediatico e politico. In seguito alle crisi finanziarie malamente gestite dal Fondo, in molti parlamenti dei paesi donatori si svolgono iniziative quali la redazione di un libro bianco sull?Fmi in Inghilterra, più di recente la pubblicazione di un dossier sulla riforma delle Ifi in Francia, il rapporto della commissione Meltzer al Congresso Usa, il dibattito alla Camera dei Deputati sul rifinanziamento dell'Fmi e dellEsaf.
In Brasile il parlamento crea una sottocommissione con il compito di vagliare e dare autorizzazione ai prestiti e programmi di Banca e Fondo nel paese. Da più parti si inizia a parlare della necessità di delegittimare le istituzioni finanziarie, di restringerne il proprio mandato, ormai molto più ampio di quello loro attribuito dagli accordi di Bretton Woods, e di elaborare un sistema di governance dell'economia e della finanza internazionale più sostenibile e trasparente.
I livelli su cui si muove ora il movimento Ifi sono quindi tre: quello macro, con l'obiettivo di porre le istituzioni di Bretton Woods sotto il controllo dell'Onu (dove i principali alleati sono i paesi in via di sviluppo, e sul quale molti stanno lavorando ora in vista della conferenza Finance for Development del 2002); quello intermedio, di riforma istituzionale (vedi campagne sull'Inspection Panel e sul controllo di qualità delle operazioni delle due istituzioni, temi sui quali hanno espresso la loro preoccupazione anche i governi del G7, mentre i paesi del G77 hanno più volte reiterato la loro dura opposizione); e infine il livello micro, cioè prettamente locale. Questo livello è relativo da una parte alla critica radicale ed al confronto critico tra movimenti popolari, Ifi e governi nei paesi del Sud, e dall'altra all'attività di advocacy e lobbying nei paesi del Nord.
Il quarto, quello di collaborazione e dialogo delle Ong operative dall'interno delle istituzioni (vedi lo World Bank Working Group), ha ormai scarsa potenzialità ed efficacia, vista anche la forte campagna di pubbliche relazioni e di cooptazione del mondo non governativo lanciata dalle due istituzioni negli ultimi anni. Al di là di questi livelli, seppur trasversale in alcuni aspetti, si muove il movi-mento antiglobalizzazione, che trae forza da alcuni fattori chiave: la inaspettata vittoria del movimento contro l?Accordo multilaterale sugli investimenti (Mai), resa
possibile dall'uso intelligente di Internet e dalla capacità di coordinare azioni di protesta e denuncia contemporaneamente in più parti del pianeta; la débâcle di Seattle ed il fallimento del Millennium Round, la protesta di Praga e le decine di altre mobilitazioni di piazza contro i grandi della Terra. Un movimento che opera una fusione tra componenti radicali del movimento Ifi (Globalize Resistance, 50 Years is Enough, e movimenti di base quali i Sem Terra brasiliani) e sinistra antagonista, che si rifà alla epopea anti-neoliberista del subcomandante Marcos. Un movimento che cresce e si autoriproduce in vista dei grandi eventi e summit internazionali, e che solo a Porto Alegre ha cercato di darsi un programma politico. Indubbiamente, la forza mediatica di questo movimento spesso spinge la stampa ed i decisori politici a dar maggior risalto agli aspetti della mobilitazione di piazza, e a ignorarne quindi i contenuti. Se i movimenti Ifi in un modo o nell'altro non si spingono generalmente fino al punto della delegittimazione totale delle istituzioni internazionali, questo nuovo movimento antiglobalizzazione formula una critica inequivocabile, ispirata da elaborazioni teoriche di grande rilievo (di nuovo Samir Amin, Susan George, Walden Bello e Focus on the Global South), da un legame con l'attivismo di base nei paesi del Sud (basti pensare alla sinergia con il movimento Jubilee South), e dalla capacità di creare reti cittadine di grande efficacia, da Attac in Francia alla rete di Lilliput in Italia. La grande sfida che si troveranno ad affrontare i movimenti Ifi da una parte e il movimento antiglobalizzazione dall'altra è quella di ricercare una sinergia che permetta un arricchimento reciproco. La storia dei movimenti Ifi dimostra l'efficacia e la necessità di un lavoro costante di approfondimento, di ricerca e di dialogo critico con le istituzioni, che può comunque trarre maggior forza anche da un lavoro capillare di rete e di denuncia mediatica proprio dei movimenti antiglobalizzazione. Ma queste potenzialità rischiano di andar perse se questi ultimi non riusciranno a rafforzare il proprio collegamento con i movimenti e le realtà locali del Sud, superando la logica della rincorsa ai summit internazionali ed elaborando proposte possibili e concrete in alternativa alle istituzioni finanziarie internazionali.

(3 luglio 2001)

 


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