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1. « HEY HEY HEY, HO HO HO, THE WORLD
Bank's Gotta Go!», strillavano i più agguerriti manifestanti della
rete internazionale «50 Years is Enough» («50 anni bastano»), che
nel settembre 2000 hanno assediato il Palazzo dei Congressi di Praga
durante l'ultimo incontro annuale della Banca mondiale (Bm) e del
Fondo monetario internazionale (Fmi). In piazza c'era il vario arcipelago
di associazioni di base, Ong ed associazioni ambientaliste, centri
sociali, sinistra antagonista: un arcipelago multicolore, che esprimeva
le varie anime dei movimenti che a livello globale e locale si occupano
di Banca mondiale e Fondo monetario internazionale e che in varia
maniera affrontano con spirito critico il mantra della globalizzazione.
Sempre esisterà chi le istituzioni le vuole riformare, dal basso,
o attraverso la partecipazione diretta, chi le vuole sostituire
con altre organizzazioni, e chi invece decide di lavorare all'interno,
con l'illusione di poterle trasformare attraverso la pratica di
campo. Chi lavora in attività di advocacy, in stretto contatto con
le comunità locali dei paesi impoveriti, e chi invece adotta un
approccio tecnocratico, tentando di migliorare gli strumenti a disposizione
della Bm e dell'Fmi. E chi invece attraverso l'Fmi e la Bm contesta
l'ideologia neoliberale, quella del «Washington Consensus», e pertanto
le vuole abbattere. In questo caso però la diversità può essere
forza, a patto che sia basata sul principio della complementarità,
e non crei i presupposti per una cooptazione da parte delle istituzioni,
o peggio, come sta già succedendo, una divisione tra attivisti «buoni»
e «cattivi». Il vero elemento imprescindibile resta però il radicamento
forte e diretto con i movimenti di base, che lega il lavoro svolto
nei paesi «ricchi» con le istanze che provengono dal Sud del mondo.
Approcci diversi quindi, per strategie necessariamente diverse,
ma non per questo conflittuali: basti pensare ad esempio alla posizione
dei sindacati nei paesi del Nord ed in quelli del Sud. Nei paesi
del Nord, il sindacato «tradizionale» adotta una strategia di lobbying,
incontrandosi con i presidenti di Banca mondiale e Fondo monetario
internazionale per esortarli ad includere nei loro piani di assistenza
ai paesi l'obbligo di rispettare le norme generali del lavoro (core
labour standards), mentre invece il sindacato è in piazza a dimostrare
contro l'Fmi e la Bm, in Argentina, in Brasile, in Ecuador, o in
Turchia, paesi vessati dai piani di aggiustamento strutturale e
dai piani di salvataggio finanziario che fiaccano lo Stato sociale
e in nome della flessibilità del mercato del lavoro mandano a casa
milioni di lavoratori. Il caso del sindacato non è il solo, come
vedremo in seguito.
Uno sguardo alle diverse anime e alle diverse strategie che caratterizzano
le campagne sulla Banca mondiale ed il Fondo monetario internazionale,
che da ora in poi verranno chiamati «movimenti Ifi» (Ifi=Istituzioni
finanziarie internazionali), potrà forse contribuire a fare chiarezza
sul fenomeno che la stampa italiana si affretta a definire in maniera
troppo riduttiva «il popolo di Seattle», come se le tensioni e le
pulsioni antagoniste o comunque critiche nei confronti delle istituzioni
finanziarie internazionali siano emerse solo in quella occasione.
2. La storia dei movimenti Ifi risale invece ad almeno quindici
anni prima, anche se in maniera sporadica già da tempo si erano
verificate le prime resistenze ed opposizioni agli investimenti
ed ai programmi economici della Banca mondiale e del Fondo monetario
internazionale. La Bm e l'Fmi erano allora solo oscure istituzioni,
manovrate dagli interessi geopolitici degli Stati Uniti, strumento
del nuovo colonialismo: la parola globalizzazione non era ancora
entrata nel lessico quotidiano.
I primi segni di attività coordinate di associazioni non governative
intorno alla Banca mondiale si hanno nel 1985, quando alcuni ambientalisti
brasiliani preoccu-pati per i piani di colonizzazione della foresta
amazzonica da parte del governo centrale scoprirono che la Banca
mondiale stava finanziando alcuni progetti infrastrutturali, tra
cui il mega progetto minerario Grande Carajas nello Stato del Parà,
le dighe di Xingù, Tucurui e Balbina, ed i progetti di Calha Norte
e Polonoroeste, che prevedevano la colonizzazione ed il controllo
militare e politico di ampie zone di frontiera della foresta amazzonica.
Le pressanti richieste di informazioni al governo brasiliano caddero
nel nulla. Così una delegazione di indios accompagnata dall'ambientalista
José Lutzenberger andò a Washington per cercare di parlare direttamente
con la Banca mondiale. E di portare la denuncia nelle aule del Congresso.
Da lì nacque la prima alleanza con le Ong e le associazioni ambientaliste
americane, che per molto tempo ancora caratterizzerà parte del movimento
Ifi. Già da prima i movimenti sociali del Sud si erano mossi contro
la Banca mondiale. Un esempio tra tanti: nel 1979, una campagna
di azioni dirette, proteste di massa ed atti di disobbedienza civile
da parte delle popolazioni coinvolte nel progetto idroelettrico
sul fiume Chico nelle Filippine spinse la Banca mondiale a ritirare
il suo sostegno finanziario.
Nel 1988 però si mettono insieme i primi tasselli di un movimento
globale informale che si preoccupa della sopravvivenza dei popoli,
della biodiversità (già circolavano gli scritti di Vandana Shiva,
di Susan George e Wolfgang Sachs, mentre le pubblicazioni del Third
World Network e la rivista inglese The Ecologist erano tra i principali
riferimenti «ideologici» del movimento) e del debito estero, e che
lentamente inizia ad usare i mezzi di comunicazione informatici:
siamo all'ora zero della e-mail. A Berlino quell?anno sono in decine
di migliaia a sfilare per le strade contro la Banca mondiale ed
il Fondo monetario: «Autonomen» ed Ong, ambientalisti e terzomondisti.
Il Tribunale permanente dei popoli condanna le due istituzioni per
aver fatto precipitare nella povertà la stragrande maggioranza dei
popoli del pianeta. Si scatenano gli scontri di piazza e si organizzano
i controvertici. Anche in Italia, per l'intuizione geniale del compianto
Alex Langer, si crea una «rete» che esprime la varietà e la molteplicità
del pensiero politico e della prassi quotidiana che alla parola
«globalizzazione» non ancora entrata nel lessico quotidiano sostituiva
quella dei «rapporti Nord-Sud». Così nasce in Italia la «Campagna
Nord-Sud. Sopravvivenza dei Popoli, biosfera, debito», che già alla
fine degli anni Ottanta lavora sul debito estero, sulla Banca mondiale,
sul Fondo monetario inter-nazionale, facendosi portavoce delle varie
istanze e delle varie realtà sociali e politiche dei paesi del Sud.
Nel 1989 cade il Muro, e cade la contrapposizione tra blocchi. Inizia
a farsi strada il pensiero unico, il mondo ridotto ad un unico grande
mercato. Saltano i vecchi parametri dei rapporti Nord-Sud, e la
Banca ed il Fondo diventano i fedeli interpreti del Consenso di
Washington, i profeti della globalizzazione. Le associazioni ambientaliste
continuano a pedinare la Banca mondiale, dal Nord e dal Sud, legando
con efficacia le mobilitazioni delle comunità locali con le attività
di pressione sui decisori politici nelle capitali dei paesi ricchi,
quelli del G7, quelli che hanno la maggioranza dei voti nel Consiglio
di amministrazione della Banca e del Fondo. Le Ong di cooperazione,
poche per la verità, e principalmente le grandi charity organizations,
iniziano a lavorare sul campo con la Banca mondiale in progetti
di sviluppo sociale e lotta alla povertà. Una goccia d'acqua nell'oceano,
visto che la Banca destinava, e destina tuttora la stragrande maggioranza
dei suoi fondi a piani di aggiustamento strutturale e a investimenti
nel settore pri-vato.
L'intelligencija terzomondista inizia a fare i conti con la problematica
del debito estero, del nuovo ruolo di Fmi e Bm, analizzandone la
filosofia ed i programmi in chiave materialista storica.
Nel 1988 15 mila persone manifestano a Singrauli, in India, sito
di una megacentrale a carbone finanziata dalla Banca mondiale. Nel
1990 si tiene a Washington il primo controvertice delle Ong del
Nord e del Sud del mondo, in occasione degli incontri annuali di
Banca mondiale e Fondo monetario internazionale, organizzato dal
Bank Information Center, tuttora il principale punto di riferimento
non governativo delle campagne sulla Banca mondiale. Per qualche
anno le campagne su Bm e Fmi si sviluppano in maniera frammentaria,
anche se soprattutto intorno al progetto di diga di Narmada, in
India, si rafforzano le alleanze tra associazioni ambientaliste
dei paesi ricchi, da una parte, e organizzazioni sociali radicali
dall'altra, quali il Narmada Bachao Andolan. Nelle Filippine si
rafforza la Freedom from Debt Coalition, rete nazionale di organizzazioni
sociali che lottano contro il debito e gli aggiustamenti strutturali,
nei villaggi e nelle città. Il Third World Network, di Martin Khor
e Vandana Shiva diventa il maître à penser del movimento
Ifi, insieme ad esperti quali Bruce Rich, dell'Environmental Defense
Fund di Washington, che vincerà nel 1995 il Global 500 Award dell'Unep
per il suo impegno decennale per la riforma della Banca mondiale,
culminato qualche anno dopo con Mortgaging the Earth, libro-accusa
sulla storia ed i misfatti della Banca.
Le due componenti storiche del movimento Ifi fino al 1992 - ed anche
oltre - possono essere riassunte come segue: da una parte i riformisti
e dall'altra gli «svi-luppisti»; da una parte quindi le associazioni
ambientaliste, i popoli indigeni e le organizzazioni di base e cittadine
del Sud, e dall'altra le Ong di sviluppo, le grandi charity che
partecipavano direttamente dapprima ai progetti di campo, e poi
anche a meccanismi formali di consultazione con la burocrazia di
Washington, attraverso l'Ong Working Group on the World Bank. I
rapporti tra i due «schieramenti» sono inizialmente di pacifica
coabitazione. Le organizzazioni ambientaliste, soprattutto in Canada,
Giappone, Stati Uniti, Germania, Inghilterra, ed in parte in Italia,
lavorano in rete, mobilitando i propri parlamenti ed incontrando
i propri rappresentanti presso i ministeri del Tesoro e la Banca
mondiale. Vengono seguiti due approcci, uno chiamato «policy-based»
e l'altro «project-based», quest'ultimo il più usato, perché maggiormente
efficace. Il «project-based approach» consiste nel lavorare su un
progetto specifico della Banca, principalmente nel settore infrastrutturale
(non a caso le grandi campagne contro i progetti della Banca mondiale
ruotano spesso attorno alle dighe, simbolo ed icona dei mali del
progresso, e dell'approccio antidemocratico e verticista della Banca
mondiale alle questioni dello sviluppo), su richiesta esplicita
delle comunità locali che ne subiranno gli effetti. Si studia il
progetto, si cercano alternative e si sostengono le campagne locali,
fornendo anche una rete di protezione «politica» a quegli attivisti
che rischiano il carcere per il loro impegno. Dal progetto si cerca
di partire per analizzare alcune lacune croniche dell'operato della
Banca, ad esempio la necessità di introdurre meccanismi di controllo
esterno, o politiche di accesso all'informazione, di valutazione
di impatto ambientale. Quindi dal particolare, le campagne «project-based»
risalgono al generale, contribuendo ad apportare miglioramenti al
progetto in questione, se non addirittura alla sua cancellazione,
ed anche alla definizione di procedure più trasparenti e sostenibili.
Lo strumento del dialogo critico viene accompagnato da un forte
ricorso alla denuncia per mezzo dei media ed alla mobilitazione
parlamentare.
Il «policy-based approach» manca per lo più di questa forte caratterizzazione
di «movimento», ed è seguito per lo più da Ong ed associazioni ambientaliste
più «tecniche». Esso si concentra sull'analisi ed il dialogo costruttivo
con la Banca su questioni «macro», quali le strategie di lotta alla
povertà, o gli approcci all'aggiustamento strutturale. E poi ci
sono le Ong «operative», spesso le stesse coinvolte ad alcuni livelli
nel «policy approach», che operano anche direttamente con la Banca
mondiale in progetti di terreno. Le iniziative sull'Fmi sono più
sporadiche e meno strutturate. Ciò per la impossibilità di accedere
a documenti confidenziali, arma di grande efficacia nelle campagne
«project-based»; per la chiusura totale dell'Fmi verso qualsiasi
tipo di comunicazione con il mondo non governativo; e per la difficoltà
a visualizzare e rendere così politicamente fruibile e denunciabile
all'esterno l'operato ed i programmi dell'Fmi, questione in mano
a pochi esperti del Nord, anche se comunque oggetto di forti proteste
popolari nel Sud del mondo.
3. Il biennio 1992-'93 segna un punto di svolta per le campagne
sulle Ifi. Nel 1992 nasce a Rio quella che possiamo ora definire
la «società civile globale» - la fusione tra movimenti di base e
associazionismo dei paesi del Sud e del Nord del mondo, che ha luogo
nel Global Forum in occasione della Conferenza Onu su sviluppo ed
ambiente. Strano che la stampa non l'avesse chiamato allora il «popolo
di Rio». Nel 1992 la campagna internazionale contro la diga di Narmada
fa un grande salto in avanti: le mobilitazioni non violente nella
valle, gli scioperi della fame degli attivisti in ogni parte del
mondo, le pressioni continue sui governi dei paesi donatori, spingono
la Banca mondiale a creare una commissione di indagine interna,
la commissione Morse. Gli esperti svolgono un?inchiesta sul campo
giungendo a conclusioni sconcertanti, che però confermano le critiche
delle organizzazioni am-bientaliste e del Narmada Bachao Andolan:
la Banca è una tecnocrazia senza controllo democratico, che non
tiene in alcuna considerazione le proprie stesse regole e tanto
meno gli interessi e le esigenze delle comunità locali. Dinamite
nelle mani degli attivisti indiani e non. Un documento anch'esso
fatto circolare «clandestina-mente», grazie a qualche «talpa» nel
sistema e che avrebbe aiutato non poco nella lotta contro la diga.
L'occasione viene dopo qualche mese con l'inizio dei negoziati per
la ricostituzione di capitale («replenishment») dell'Ida, l'International
Development Association, la struttura della Banca mondiale che si
occupa di prestiti ai paesi più poveri per programmi di sviluppo
sociale. Il «replenishment» fornisce l'unica occasione per mobilitare
efficacemente i parlamenti che devono approvare i contributi triennali
all'Ida e possono quindi aver maggior voce in capitolo. Fino ad
allora, il Congresso Usa, secondo una logica bipartisan, a forte
partecipazione repubblicana, era riuscito ad imporre alla Banca
l'introduzione di procedure di trasparenza e valutazione di impatto
ambientale, pena la sospensione dei fondi. Il fine giustifica i
mezzi, vale la pena di dire, se perfino Ralph Nader dalle colonne
del Multinational Monitor teorizzava un'alleanza strategica con
i repubblicani isolazionisti per aumentare la pressione sulla Banca.
La campagna contro l'Ida forniva l'occasione per alzare il tiro
e lanciare un'iniziativa globale per il congelamento dei fondi per
la Banca mondiale, finché la stessa non avesse cancellato la diga
di Narmada e risolto le irregolarità denunciate dalla commissione
Morse.
Un altro documento messo in rete da una «talpa» avrebbe completato
l'armamentario a disposizione delle campagne Ifi: il rapporto Wapenhans,
una valutazione interna della qualità dei progetti della Banca secondo
il quale il 37% di tutti i progetti finanziati dalla Banca sono
da considerarsi insoddisfacenti secondo gli stessi parametri finanziari
della Banca, e il 78% di tutte le condizioni finanziarie accluse
ai progetti non sono state soddisfatte. Altri rapporti interni rivelano
che oltre 2 milioni di persone sono state espulse dalle loro terre
in seguito a progetti finanziati dalla Banca. Forti di queste rivelazioni,
le associazioni ambientaliste occidentali e le organizzazioni sociali
del Sud del mondo, lanciano una campagna contro il «replenishment»
dell'Ida. Si consuma così la frattura tra questa parte del movimento
e le grandi Ong di cooperazione, che invece ritengono l'Ida strumento
importante di sviluppo e non considerano opportuno interrompere
il dialogo con la Banca. Una frattura questa non ancora sanata del
tutto, nonostante i tentativi di aprire i lavori del Working Group
on the World Bank anche ad associazioni ambientaliste. Tentativi
in parte vanificati dall'appoggio chiaro dato al presidente della
Banca mondiale James Wolfensohn con una lettera nella quale le charity
prendevano le distanze dalle proteste e dai controvertici organizzati
in occasione degli incontri di Bm e Fmi nell'aprile 2000.
La campagna sull'Ida riesce tuttavia a portare al ritiro della Banca
dalla diga di Narmada, ed all'introduzione da parte della Banca
mondiale del cosiddetto «Inspection Panel», una sorta di difensore
civico indipendente composto da tre esperti, al quale possono ricorrere
le comunità locali qualora si ritenessero danneggiate da comportamenti
omissivi o da violazioni delle regole interne da parte del personale
della Banca mondiale. La creazione dell'Inspection Panel fornisce
alle organizzazioni sociali del Sud e del Nord un altro scenario
per le loro campagne di riforma delle istituzioni finanziarie internazionali.
Dal 1993 ad oggi decine sono stati i ricorsi al Panel su progetti
controversi, dalle grandi dighe quali Yacyretà in Argentina-Paraguay,
a progetti energetici (Singrauli in India, Chad Cameroon Oil and
Pipeline Project), al più recente progetto di colonizzazione Western
China Poverty Reduction. Sostenere l'Inspection Panel (simbolo e
roccaforte di trasparenza e controllo democratico all'interno della
Banca) dagli attacchi del personale della Banca e dei governi dei
paesi del Sud del mondo è stato uno dei leitmotiv delle campagne
globali delle associazioni ambientaliste ed in questo caso anche
delle Ong: forse il primo segnale di un riavvicinamento. Le campagne
sull'Inspection Panel hanno anche allargato il fronte del movimento,
coinvolgendo centri di ricerca ed università prestigiose, istituzioni
quali il Parlamento europeo, organizzazioni dei diritti umani che
restavano in parte ai margini delle campagne.
La storia dell'Inspection Panel però rivela che la riforma della
Banca mondiale e dell'Fmi è cosa ben più complessa di quanto possa
apparire. Infatti, in prima linea per rendere la Banca meno trasparente
e annullare i relativi progressi fatti negli anni sono i governi
dei paesi del Sud, che temono un'aggressione alla propria sovranità
in nome del rispetto dei diritti umani, dell'ambiente, e della giustizia
sociale.
Ed i movimenti di base in quei paesi solo in parte sostengono la
necessità di abolire la Banca ed il Fondo. Alcuni di loro ritengono
che la Banca possa essere comunque uno strumento per rendere i propri
governi più trasparenti e responsabili. Le reti non governative
indonesiane, ad esempio, dopo il crollo del regime di Suharto hanno
dialogato anche duramente con la Banca ed il Fondo, senza però chiederne
l'abolizione. Lo stesso vale per le reti non governative brasiliane,
che invece lavorano per aumentare il potere di controllo ed indirizzo
del loro parlamento e della società civile.
Le differenti strategie quindi non sono solo tali a seconda degli
attori - Ong, associazioni ambientaliste o movimenti sociali - ma
lo sono anche a seconda che si tratti di attori di paesi che finanziano
la Banca mondiale o di paesi che ne ricevono i prestiti. È anche
una questione di legittimità, che concerne i cittadini del Nord
ricco in quanto contribuenti (la logica tutta anglosassone del taxpayer
money) che finanziano e quindi controllano politicamente tali istituzioni
ed i cittadini dei paesi che subiscono gli effetti dei progetti
e dei programmi delle Ifi, dove la riforma o il confronto critico
con queste istituzioni non può e non deve prescindere da una critica
nei confronti delle politiche finanziarie, economiche e sociali
sostenute da quei governi. Grosso modo lo stesso vale per le campagne
sull'Fmi. Già, che fine ha fatto il Fondo nel panorama delle campagne
internazionali?
4. Torniamo indietro nel tempo. Siamo al 1994, il cinquantesimo
anniversario della Conferenza di Bretton Woods, che istituisce la
Banca mondiale ed il Fondo monetario internazionale. In una Madrid
blindata affluiscono migliaia di dimostranti, che si riuniscono
in un controvertice mentre di nuovo il Tribunale permanente dei
popoli condanna l?Fmi e la Banca mondiale per i loro piani di aggiustamento
strutturale. Da Madrid nasce la rete «50 Years is Enough!», all'inizio
molto forte negli Stati Uniti, con forti radici nei movimenti studenteschi,
di immigrati, e dei diritti so-ciali, e con partner in molti paesi
nell'America Latina e dell'Africa. Lentamente anche l'Fmi entra
nelle campagne dei movimenti Ifi, seppure solo di striscio - anche
in questo caso si parte dall'ambiente e dall'impatto dei piani di
aggiustamento strutturale sull'ambiente mentre a livello internazionale
si intensificano le attività di lobbying sui governi in preparazione
dei vertici del G7. Ad Hali-fax, nel 1994 le Ong e le associazioni
di ogni parte del mondo chiedono al G7 una
sostanziale riforma della Banca mondiale e dell'Fmi e la cancellazione
del debito estero dei paesi in via di sviluppo.
Sarà però la nascita della campagna Jubilee 2000 per la cancellazione
del debito a dare maggior impeto alle iniziative sul Fondo monetario
internazionale. Da Washington parte una campagna per il blocco dei
fondi all'Esaf (Enhanced Structural Adjustment Facility), mentre
la tematica del debito ed il lancio della Hipc (Hi-ghly Indebted
Poorer Countries' Initiative) da parte della Banca e del Fondo fornisce
alle organizzazioni lo spunto per affinare le proprie strategie
sull'Fmi. L'aiuto viene dal fallimento degli interventi dell?Fmi
in Russia, Thailandia, Brasile ed Indonesia, dall'incapacità del
Fondo di prevenire la crisi finanziaria del 1997, e dai risultati
di un rapporto interno sull'Esaf che denuncia l'aumento della povertà
seguente agli interventi di aggiustamento strutturale da esso finanziati.
I movimenti popolari in quei paesi si mettono in rete con le associazioni
più attive nei paesi del Nord, che a loro volta creano coalizioni
nei loro paesi, per occuparsi di Banca e Fondo: Agir Ici in Francia,
Weed ed Urgewald in Germania, Both Ends in Olanda, Berne Declaration
in Svizzera, 50 Years is Enough e Friends of the Earth in America,
Rede Brasil in Brasile, Infid in Indonesia, Focus on the Global
South in Thailandia, Cee Bankwatch in Europa orientale, la Campagna
per la riforma della Banca mondiale in Italia, Red Bancos in Uruguay,
Bretton Woods Project in Inghilterra, Halifax Ini-tiative in Canada.
Le strategie seguite dalle campagne sull?Fmi sono in parte collegate
a quelle di Jubilee 2000: il debito estero ed il collegamento tra
questo ed i piani di aggiusta-mento strutturale rendono la critica
all?Fmi finalmente «fruibile» dal punto di vista mediatico e politico.
In seguito alle crisi finanziarie malamente gestite dal Fondo, in
molti parlamenti dei paesi donatori si svolgono iniziative quali
la redazione di un libro bianco sull?Fmi in Inghilterra, più di
recente la pubblicazione di un dossier sulla riforma delle Ifi in
Francia, il rapporto della commissione Meltzer al Congresso Usa,
il dibattito alla Camera dei Deputati sul rifinanziamento dell'Fmi
e dellEsaf.
In Brasile il parlamento crea una sottocommissione con il compito
di vagliare e dare autorizzazione ai prestiti e programmi di Banca
e Fondo nel paese. Da più parti si inizia a parlare della necessità
di delegittimare le istituzioni finanziarie, di restringerne il
proprio mandato, ormai molto più ampio di quello loro attribuito
dagli accordi di Bretton Woods, e di elaborare un sistema di governance
dell'economia e della finanza internazionale più sostenibile e trasparente.
I livelli su cui si muove ora il movimento Ifi sono quindi tre:
quello macro, con l'obiettivo di porre le istituzioni di Bretton
Woods sotto il controllo dell'Onu (dove i principali alleati sono
i paesi in via di sviluppo, e sul quale molti stanno lavorando ora
in vista della conferenza Finance for Development del 2002); quello
intermedio, di riforma istituzionale (vedi campagne sull'Inspection
Panel e sul controllo di qualità delle operazioni delle due istituzioni,
temi sui quali hanno espresso la loro preoccupazione anche i governi
del G7, mentre i paesi del G77 hanno più volte reiterato la loro
dura opposizione); e infine il livello micro, cioè prettamente locale.
Questo livello è relativo da una parte alla critica radicale ed
al confronto critico tra movimenti popolari, Ifi e governi nei paesi
del Sud, e dall'altra all'attività di advocacy e lobbying nei paesi
del Nord.
Il quarto, quello di collaborazione e dialogo delle Ong operative
dall'interno delle istituzioni (vedi lo World Bank Working Group),
ha ormai scarsa potenzialità ed efficacia, vista anche la forte
campagna di pubbliche relazioni e di cooptazione del mondo non governativo
lanciata dalle due istituzioni negli ultimi anni. Al di là di questi
livelli, seppur trasversale in alcuni aspetti, si muove il movi-mento
antiglobalizzazione, che trae forza da alcuni fattori chiave: la
inaspettata vittoria del movimento contro l?Accordo multilaterale
sugli investimenti (Mai), resa
possibile dall'uso intelligente di Internet e dalla capacità di
coordinare azioni di protesta e denuncia contemporaneamente in più
parti del pianeta; la débâcle di Seattle ed il fallimento del Millennium
Round, la protesta di Praga e le decine di altre mobilitazioni di
piazza contro i grandi della Terra. Un movimento che opera una fusione
tra componenti radicali del movimento Ifi (Globalize Resistance,
50 Years is Enough, e movimenti di base quali i Sem Terra brasiliani)
e sinistra antagonista, che si rifà alla epopea anti-neoliberista
del subcomandante Marcos. Un movimento che cresce e si autoriproduce
in vista dei grandi eventi e summit internazionali, e che solo a
Porto Alegre ha cercato di darsi un programma politico. Indubbiamente,
la forza mediatica di questo movimento spesso spinge la stampa ed
i decisori politici a dar maggior risalto agli aspetti della mobilitazione
di piazza, e a ignorarne quindi i contenuti. Se i movimenti Ifi
in un modo o nell'altro non si spingono generalmente fino al punto
della delegittimazione totale delle istituzioni internazionali,
questo nuovo movimento antiglobalizzazione formula una critica inequivocabile,
ispirata da elaborazioni teoriche di grande rilievo (di nuovo Samir
Amin, Susan George, Walden Bello e Focus on the Global South), da
un legame con l'attivismo di base nei paesi del Sud (basti pensare
alla sinergia con il movimento Jubilee South), e dalla capacità
di creare reti cittadine di grande efficacia, da Attac in Francia
alla rete di Lilliput in Italia. La grande sfida che si troveranno
ad affrontare i movimenti Ifi da una parte e il movimento antiglobalizzazione
dall'altra è quella di ricercare una sinergia che permetta un arricchimento
reciproco. La storia dei movimenti Ifi dimostra l'efficacia e la
necessità di un lavoro costante di approfondimento, di ricerca e
di dialogo critico con le istituzioni, che può comunque trarre maggior
forza anche da un lavoro capillare di rete e di denuncia mediatica
proprio dei movimenti antiglobalizzazione. Ma queste potenzialità
rischiano di andar perse se questi ultimi non riusciranno a rafforzare
il proprio collegamento con i movimenti e le realtà locali del Sud,
superando la logica della rincorsa ai summit internazionali ed elaborando
proposte possibili e concrete in alternativa alle istituzioni finanziarie
internazionali.
(3 luglio 2001)
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