E' stato detto che dopo l'11 settembre il mondo non sarà più
lo stesso. Ed è vero.
Negli Stati Uniti d'America, in una nazione che ha le libertà personali
e la democrazia nel proprio codice genetico, dove l'opinione pubblica
è sempre più "sovrana", è stata approvata
una legge che limita in misura straordinaria le garanzie per le persone
sottoposte a indagini di polizia. Che significa anche "per tutte
le persone", dal momento che non è possibile sapere quali
individui siano sottoposti a un'indagine prima che l'indagine stessa sia
iniziata.
Ma l'opinione pubblica americana ha accolto con favore il provvedimento.
L'irragionevole miscuglio di paura e di patriottismo generato dalla vista
delle due torri colpite dai terroristi, e poi l'incubo dell'antrace, hanno
generato questo "mostro" giuridico, non a caso battezzato Patriot
Act, lasciando quasi ammutolite anche le organizzazioni fino a ieri più
attive nella difesa dei diritti civili. L'aspetto più grave è
che non tutte le misure hanno una scadenza: per la maggior parte sono
a tempo indeterminato (per un primo commento al Patriot Act vedi l'articolo
di Bernardo Parrella su Apogeonline).
Non si deve dimenticare che in un passato molto recente alcune di queste
misure (come l'installazione presso gli internet provider del famigerato
dispositivo di intercettazione poliziesca denominato Carnivore) erano
state osteggiate con forza. Oggi sono salutate dalla maggioranza degli
americani quasi con entusiasmo, ma non è difficile prevedere che,
superata la fase critica, la Corte Suprema sarà chiamata a pronunciarsi
sulla loro sopravvivenza.
A noi è andata meglio, almeno per il momento. Il decreto-legge
emanato dal Governo il 18 scorso non fa altro che estendere al terrorismo
internazionale gli istituti della "legislazione d'emergenza"
che si è accumulata negli anni, contro il terrorismo interno e
contro la mafia. Si tratta sempre di norme vicine ai limiti delle garanzie
costituzionali, ma il controllo della magistratura sulle indagini di polizia
resta forte, così come resta l'essenziale principio che le informazioni
raccolte nella fase informale delle indagini non possono avere valore
di prova nel processo. Inoltre questi strumenti si sono rivelati efficaci,
in situazioni che destavano e destano un grave allarme sociale, e non
sembra che abbiano provocato danni diffusi e irreparabili ai diritti dei
cittadini.
In sostanza il provvedimento d'urgenza si mantiene entro i limiti che
due settimane fa Andrea Monti indicava come essenziali per la sopravvivenza
della libertà (vedi La stessa libertà con maggiori controlli?).
Ora si tratta di vedere se il Parlamento, che dovrà convertire
il decreto in legge entro il 19 dicembre, non tenterà di introdurre
altre e più gravi limitazioni. I precedenti non sono rassicuranti,
se andiamo a rileggere certi disegni di legge presentati nel recente passato,
come il "Passigli" sui nomi a dominio o le varie proposte avanzate
in materia di lotta alla pedofilia. E' il caso di ricordare come il "Passigli"
proponga addirittura l'introduzione di una responsabilità penale
oggettiva dei fornitori delle reti di TLC per i contenuti che passano
sui cavi, mentre nel campo delle proposte antipedofilia i parlamentari
sono arrivati a ipotesi che superano i limiti della ragionevolezza (vedi
S. 57: La legge è cosa troppo seria... di Daniele Coliva).
E' dunque prematuro abbandonarsi all'ottimismo e inneggiare allo scampato
pericolo. Il clima generale è quello che viviamo ogni giorno, la
minaccia di "meno libertà" in cambio di "più
sicurezza" fatta dal Ministro dell'interno incombe nell'aria. E incombe
anche il trattato internazionale contro il cybercrime, che prevede misure
assai limitative della riservatezza degli individui, come è stato
fatto più volte notare non solo dalle associazioni che si battono
per i diritti civili, ma anche dai Garanti europei (vedi Atene, la conservazione
dei LOG limita la privacy).
La guerra contro il terrorismo sarà lunga e non potrai mai essere
vinta del tutto. Ma sarà lunga e difficile anche quella contro
chi attenta alla libertà della Rete - o alla libertà di
tutti noi, è la stessa cosa.
Di volta in volta col pretesto della lotta ai pedofili, delle regole sui
nomi a dominio, del crimine informatico, del terrorismo internazionale
e di chissà quali altri pericoli che incombono sulla società
dell'informazione.
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