Riportiamo integralmente qui di seguito la premessa del Rapporto Ecomafia
2001. Per acquistare il Rapporto (pag. 199, L. 30.000) si può contattare
il centro di documentazione di Legambiente (tel. 06 / 86.26.83.27; e-mail:
cdoc@legambiente.com <mailto:cdoc@legambiente.com>).
La presentazione di questo "Rapporto Ecomafia 2001" di Legambiente
arriva alla vigilia dello scioglimento della XIII legislatura. Una coincidenza
che offre lo spunto per tracciare un bilancio del nostro lavoro di ricerca,
analisi e denuncia. Dei risultati ottenuti e delle sfide ancora da vincere.
E' un bilancio, vale la pena precisarlo subito, in cui si alternano legittimi
motivi di soddisfazione e preoccupazioni fortissime: la consapevolezza
di aver fornito, nei nostri limiti, un contributo di conoscenza dei fenomeni
di criminalità ambientale e la frustrazione, perché di questo
si tratta, causata dal "naufragio" in questa legislatura dei
due provvedimenti legislativi (l'introduzione dei delitti contro l'ambiente
nel Codice penale e i nuovi, più efficaci strumenti di lotta contro
l'abusivismo edilizio), di cui il nostro Paese ha urgente bisogno.
In questi cinque anni è sicuramente cresciuto l'impegno delle forze
dell'ordine, a partire dal Nucleo operativo ecologico dell'Arma dei carabinieri,
in termini di qualità e quantità delle indagini. Lo abbiamo
già scritto, ma vale la pena ribadirlo. Si è decisamente
innalzata la soglia di attenzione, nei confronti della criminalità
ambientale, da parte di numerosi uffici giudiziari. Sono arrivati, dai
governi che si sono succeduti, segnali importanti (ultimo, in ordine di
tempo, l'inserimento della sicurezza ambientale tra le priorità
del ministero dell'Interno). E' cambiata anche la percezione della gravità
di questi fenomeni da parte dell'opinione pubblica, come dimostra il vero
e proprio tracollo di consensi intorno all'abusivismo edilizio e alle
ipotesi condonatorie che abbiamo registrato in una terra difficile, sotto
diversi punti di vista, come la Sicilia. Alcune vertenze esemplari in
cui si è impegnata a fondo la nostra associazione si sono concluse
con la vittoria della legalità e della tutela dell'ambiente: dall'abbattimento
del Fuenti alla sentenza della Cassazione che ha sancito l'illegalità
della "Saracinesca" di Punta Perotti (di cui attendiamo la demolizione),
due obiettivi della nostra campagna contro gli "Ecomostri d'Italia".
Lo stesso è accaduto ad Eboli, grazie all'impegno e al coraggio
del Sindaco, Gerardo Rosania. In Sicilia sono stati avviati gli abbattimenti
nell'Oasi del Simeto e su Pizzo Sella, la "collina del disonore"
di Palermo, per la quale sono arrivate le prime condanne. E le ruspe demolitrici
hanno, finalmente, varcato i confini della Valle dei Templi di Agrigento,
cominciando a ristabilire quella sovranità dello Stato e delle
sue leggi che era stata ridotta, in quella terra, a carta straccia. La
lotta all'ecomafia e alla criminalità ambientale (è una
delle novità di questo Rapporto su cui torneremo più avanti)
ha cominciato ad assumere, infine, dimensioni internazionali, anche grazie
al lavoro che è stato svolto in Italia.
L'elenco dei risultati ottenuti, in realtà, potrebbe essere ancora
più lungo. Basta pensare, solo per fare un altro esempio, al lavoro
svolto in questa legislatura dalla Commissione parlamentare d'inchiesta
sul ciclo dei rifiuti. Ma, e qui veniamo alle "dolenti note",
le attività di questa Commissione, guidata dall'on. Massimo Scalia,
e il lavoro, sul versante del ciclo del cemento, avviato dalla Commissione
Antimafia, sotto la presidenza dell'on. Giuseppe Lumia, esauriscono quasi
del tutto quanto di buono è stato fatto nel cuore del nostro sistema
istituzionale. Il Parlamento italiano non ha trovato il tempo e la volontà
di tradurre in leggi le indicazioni, le proposte sollecitate dalla realtà
dei fatti, dalla necessità di rispondere all'aggressione dell'ecomafia
e dell'ecocriminalità. Si sono così sostanzialmente inabissati
i disegni di legge sull'introduzione dei delitti contro l'ambiente, affidati
dall'aprile del 1998 all'esame congiunto delle Commissioni Ambiente e
Giustizia del Senato, e quello sull'abusivismo edilizio (varato dal governo
nel luglio del 1999). Si decide invece in questi ultimi giorni della legislatura
l'introduzione del delitto di organizzazione di traffico illecito di rifiuti
(fino a 6 anni di reclusione, che diventano 8 nel caso dei rifiuti radioattivi)
tra le sanzioni previste dal Decreto Ronchi. Questa norma, che consentirebbe
di contrastare con grande efficacia fenomeni criminali, gravi e diffusi,
è stata approvata pressoché all'unanimità dal Senato
(grazie, in particolare, alla sensibilità del Sen. Luigi Manfredi
e del Sottosegretario all'Ambiente, Valerio Calzolaio); è stata
licenziata giovedì 1 marzo 2001, in sede deliberante, dalla Commissione
Ambiente della Camera e deve tornare ora all'esame del Senato, percorrendo
la stessa corsia preferenziale. L'auspicio di Legambiente è che
nessun eventuale ostacolo possa impedire l'approvazione definitiva del
disegno di legge in cui è stato inserito questo strumento fondamentale
di prevenzione e repressione di una delle più pericolose attività
dell'ecomafia.
Se gli obiettivi principali, però, non sono stati raggiunti, la
responsabilità ricade, a nostro avviso, sulla classe dirigente
del nostro Paese, fatte ovviamente le dovute eccezioni: un sistema politico
troppo spesso "avvitato" su se stesso, sulle sue polemiche interne,
sovente distratto, per usare un eufemismo, quando si deve misurare su
questioni più vicine alla vita dei cittadini; un sistema imprenditoriale,
come ha già osservato, giustamente, il Procuratore nazionale antimafia
Piero Luigi Vigna che di fronte all'esigenza di alzare la guardia contro
i fenomeni di criminalità ambientale si è arroccato, in
un silenzioso ma efficacissimo "ostruzionismo", privilegiando
di fatto gli interessi di quelle imprese, grandi e piccole, che praticano
il dumping ambientale come uno strumento di concorrenza. Non sfugge a
Legambiente l'esigenza di far "emergere" nel nostro Paese molte
attività imprenditoriali che si sviluppano in un regime di assoluta
illegalità. E neppure che questo processo vada accompagnato, con
adeguati incentivi. Ma ciò non ha nulla a che spartire con i gravi
reati ambientali commessi da chi viola sistematicamente le leggi per lucrare
maggiori profitti. E neppure con chi, approfittando di questa situazione,
si è costruito vere e proprie fortune trafficando con i rifiuti
pericolosi prodotti in Italia. Sono proprio queste due categorie, gli
ecocriminali e gli ecomafiosi, a beneficiare dei vantaggi dovuti alla
mancata approvazione di "regole del gioco" più severe
e più efficaci.
E' opportuno, ora, dare spazio ai numeri raccolti in questo Rapporto,
che sono molti e fotografano, innanzitutto, quanto è accaduto negli
ultimi cinque anni per quanto riguarda i fenomeni d'illegalità
ambientale:
· dal 1996 al 2000 sono stati censiti da Legambiente, sulla base
dei dati forniti dalle forze dell'ordine, ben 143.553 reati ambientali;
76.406 le persone denunciate e 22.361 i sequestri effettuati;
· il 44,2% di questi reati si è concentrato nelle quattro
regioni a tradizionale presenza mafiosa (Campania, Puglia, Calabria e
Sicilia);
· la regione in cui, in questi cinque anni, è stato riscontrato
il maggior numero di illeciti è la Campania, con ben 24.637 reati,
pari al 17,2% del totale nazionale, seguita da Calabria, Lazio, Sicilia
e Puglia;
· le case abusive immesse sul mercato sono state 163.391, per una
superficie complessiva di circa 23 milioni di metri quadrati (ovvero,
per rendere l'idea, l'equivalente di circa 2.300 campi di calcio) e un
valore immobiliare di oltre 20mila miliardi di lire;
· il 59,6% di questo "mattone" illegale si concentra
nelle quattro regioni a tradizionale presenza mafiosa;
· la regione in cui è stato realizzato il maggior numero
di case abusive è la Campania (32.351 abitazioni fuorilegge, pari
al 19,8% del totale nazionale) seguita dalla Sicilia, dalla Puglia e dalla
Calabria;
· il business potenziale dell'ecomafia negli ultimi cinque anni,
tra mercato illegale e investimenti a rischio (appalti e gestione dei
rifiuti in Campania, Puglia, Calabria e Sicilia) è stimato da Legambiente
in oltre 120mila miliardi di lire, al netto dell'inflazione;
· i clan con attività diretta nel ciclo dei rifiuti, in
quello del cemento e nel racket degli animali sono quasi triplicati, passando
dai 53 censiti da Legambiente nel 1996 ai 143 di questo Rapporto Ecomafia
2001.
Nell'anno appena trascorso, sempre per quanto riguarda i numeri della
criminalità ambientale, si registrano due dati:
· la sostanziale stabilità dei fenomeni illeciti (il maggior
numero di infrazioni accertate rispetto al 1999 è da attribuire
alle attività, analizzate per la prima volta nei nostri Rapporti,
delle Capitanerie di porto) e una loro ulteriore concentrazione nelle
regioni dove più forte è la presenza del crimine organizzato;
· la flessione, significativa, dell'abusivismo edilizio. I valori
assoluti, come vedremo, restano comunque su livelli che riteniamo inaccettabili
per un Paese civile.
Scendendo più nel dettaglio:
· gli illeciti accertati dalle forze dell'ordine sono stati 31.681;
le persone denunciate sono 21.506 e 7.201 i sequestri effettuati;
· il 48% di questi illeciti si concentra nelle quattro regioni
a tradizionale presenza mafiosa (erano "solo" il 42,1% nel 1999);
· la regione in cui è stato accertato il maggior numero
di illeciti è la Campania (5.164 infrazioni) seguita dalla Calabria,
dalla Sicilia e dal Lazio; vale la pena segnalare, al riguardo, che la
Calabria è in testa, in queste poco invidiabili classifiche, per
quanto riguarda il ciclo del cemento mentre la Puglia è la regione
in cui, nel 2000, è stato riscontrato il maggior numero di illeciti
nel ciclo dei rifiuti;
· per quanto riguarda il patrimonio archeologico e storico-culturale,
secondo i dati forniti dal Comando tutela patrimonio artistico dei carabinieri
sono stati compiuti in Italia 29.931 furti di oggetti d'arte e reperti
archeologici; quelli recuperati sono stati 21.542, per un valore di circa
260 miliardi di lire; 1.413 le persone denunciate, delle quali 159 arrestate;
il dato complessivo, che comprende le attività svolte in questo
settore dalla Guardia di finanza e, in misura minore, dalle Capitanerie
di porto, è di 43.536 beni recuperati e 1.860 persone denunciate;
· le case abusive realizzate nell'anno appena trascorso sono state
28.938, con un incidenza sul mercato pari al 14%, per una superficie complessiva
di oltre 3,9 milioni di metri quadrati e un valore immobiliare stimabile
in 3.548 miliardi di lire;
· il confronto con la situazione registrata nel 1999, sempre sulla
base delle stime elaborate dal Cresme, segnala una riduzione dell'abusivismo
del 13,8%, ovvero 4.633 case illegali che non hanno visto nemmeno la luce;
nell'arco degli ultimi tre anni, 1998-2000, segnati da una "riscossa"
delle ruspe demolitrici, la flessione del mattone selvaggio è stata
del 15,1%;
· il 55% delle nuove case abusive si concentra nelle quattro regioni
a tradizionale presenza mafiosa e la Campania conferma, purtroppo, la
sua "leadership", con 5.109 costruzioni illegali;
· il business potenziale dell'ecomafia stimato da Legambiente per
il 2000 è di oltre 26 mila miliardi di lire, sostanzialmente in
linea con i valori relativi al 1999;
· i clan censiti in questo Rapporto, come già accennato,
sono 143.
Nel nostro lavoro di ricerca ci siamo sforzati, ogni anno, di individuare
anche nuovi scenari, di arricchire il bagaglio di conoscenza e di analisi.
Ai settori tradizionali, quello del cemento e quello dei rifiuti, si sono
aggiunti, così, il racket degli animali e la cosiddetta "archeomafia".
Quest'anno, grazie al contributo offerto dal Comando carabinieri per la
sanità (in sigla Nas) e alla consueta collaborazione con il Nucleo
operativo ecologico, abbiamo aperto una "finestra" sull'eredità
di mucca pazza. E non sono mancate, purtroppo, le sorprese. L'esigenza
di smaltire ingenti quantità di mangimi messi al bando e di residui
di macellazione, un tempo commercializzati o comunque riciclati, ha aperto
varchi ad operazioni illecite: si va dal tentativo di utilizzare le farine
animali nella produzione di mattoni (individuato dal Noe in provincia
di Siena) ai capannoni industriali riempiti abusivamente di farine e residui
di macellazione sequestrati in Campania, sulla falsariga di quanto avviene
per i rifiuti tradizionali. Ma non mancano episodi di palese violazione
nell'impiego di farine animali e neppure tentativi di "riciclaggio"
degli scarti, come quello individuato in provincia di Cremona: i residui
di lavorazione della carne impiegata in un pastificio, per i ripieni di
ravioli e tortellini, invece di essere smaltiti dietro relativo pagamento,
diventavano mangime per un allevamento di circa 4000 suini.
Anche per quanto riguarda l'eredità di mucca pazza i numeri parlano
chiaro: in poco più di tre mesi, dal 13 novembre 2000 al 21 febbraio
2001, sono state sequestrate oltre 2.700 tonnellate di farine animali
e sono state denunciate 42 persone.
Un capitolo a parte riguarda, poi, la macellazione clandestina, il traffico
delle marche auricolari, che dovrebbero accompagnare ogni animale lungo
il suo ciclo di vita, i casi di importazioni illecite (per questi aspetti
rimandiamo alla lettura del capitolo sull'eredità di mucca pazza).
Proprio dal versante delle importazioni arriva, inoltre, il segnale d'allarme
lanciato da Legambiente e Uniprom, il consorzio che riunisce tutte le
associazioni di categoria, sul boom riscontrato nel mercato del pesce
italiano. Nei primi 6 mesi del 2000 sono state importate più di
405mila tonnellate di prodotti ittici, il 44% delle quali da paesi extra-europei,
in cui è spesso tollerata l'illegalità: dagli antibiotici
usati nella fase larvale del pesce, che finiscono nel piatto del consumatore,
alle sostanze tossiche o addirittura cancerogene utilizzate per la disinfestazione
delle vasche di itticoltura.
L'intensificazione dei controlli e l'adozione di un marchio di qualità
per il pesce biologico allevato in Italia (lo stesso discorso vale per
la carne) rappresentano la risposta più efficace alle legittime
preoccupazioni dei consumatori.
Un'altra novità contenuta nel Rapporto di quest'anno è quella
relativa agli scenari internazionali: dai mercati globali dell'ecomafia
alla situazione dell'illegalità ambientale negli altri Paesi dell'Unione
europea. La scelta di inserire, quest'anno, un capitolo specifico su ciò
che accade oltre i nostri confini è stata dettata da diverse esigenze:
rilanciare l'allarme sui traffici internazionali di rifiuti, diretti in
particolare verso l'Africa, già evidenziato dalla Commissione parlamentare
d'inchiesta sul ciclo dei rifiuti e ripreso anche nella recente Relazione
sullo stato della sicurezza nel nostro Paese presentata dal ministero
dell'Interno; fotografare, sulla base delle fonti disponibili, quanto
avviene sui mercati illegali delle specie protette e del patrimonio artistico
e archeologico; evidenziare, grazie alle prime attività di analisi
avviate dall'Europol, quanto sta emergendo in altri paesi europei.
In sintesi:
· diverse indagini giudiziarie e il lavoro autonomo d'inchiesta
svolto dalla Commissione sui rifiuti confermano l'esistenza di rotte illecite
di smaltimento, che hanno nel nostro Paese un punto di partenza o di transito,
e sono indirizzate verso Paesi già segnati da gravissime crisi,
come la Somalia; inchieste tuttora in corso, come evidenzia il già
citato Rapporto sulla sicurezza, segnalano l'esistenza di questi traffici
anche verso Malawi, Zaire, Sudan, Eritrea, Algeria e paesi del Maghreb;
· i traffici e gli smaltimenti illeciti di rifiuti investono anche
diversi Paesi europei, come emerge dal Rapporto sulla criminalità
organizzata nell'Unione europea (relativo al 1999) elaborato dall'Europol:
Danimarca, Olanda, Germania e Belgio i Paesi più interessati da
questi fenomeni;
· per quanto riguarda, infine, i traffici illeciti di specie protette
(contro i quali opera efficacemente il Servizio Cites del Corpo forestale
dello Stato) e quelli di opere d'arte, il volume d'affari stimato supera
complessivamente i 20mila miliardi di lire l'anno; in questo caso, i Paesi
del Terzo e Quarto mondo sono vittime di un saccheggio organizzato che
minaccia il loro patrimonio di biodiversità e di cultura e ne pregiudica
le stesse possibilità di sviluppo.
Anche quest'anno, per tornare all'interno dei nostri confini nazionali,
Legambiente ha raccolto decine di storie esemplari, che fotografano, molto
più efficacemente di qualsiasi altra considerazione, i fenomeni
di aggressione criminale all'ambiente. Riassumerle è davvero impossibile,
ma chi avrà la pazienza di leggere il Rapporto Ecomafia 2001 potrà
avere, sicuramente, un quadro abbastanza esaustivo della situazione, dal
Friuli alla Sicilia.
In questa sede è utile, però, segnalare alcune situazioni,
per la loro particolare gravità:
· la Campania, oltre ad occupare ormai stabilmente il primo posto
nelle classifiche dell'illegalità ambientale, è al centro
di una "emergenza nell'emergenza" per quanto riguarda i rifiuti,
che richiede la massima attenzione e un forte senso di responsabilità
da parte di tutti: istituzioni, amministratori locali, cittadini; Legambiente
ha da tempo segnalato il fortissimo pericolo che in questa situazione
le imprese dell'ecomafia campana, gravemente minacciate dalle iniziative
assunte nell'ultimo anno dalla nuova gestione commissariale, approfittino
di quanto sta accadendo per lucrare nuovi profitti, condizionare le scelte
sulla localizzazione degli impianti, "sostenere", quando lo
giudichino conveniente, proteste e rivolte popolari, non sempre giustificate;
· sempre per quanto riguarda il ciclo dei rifiuti (dalla gestione
degli appalti agli smaltimenti illeciti) suscita forti preoccupazioni
quanto sta accadendo in Puglia, in particolare nell'area del Salento,
come emerge sia dall'analisi delle attività svolte dalla forze
dell'ordine nel corso del 2000 sia dalla stessa relazione con cui il Procuratore
generale di Bari, Riccardo di Bitonto, ha inaugurato, il 12 gennaio scorso,
l'anno giudiziario;
· nel "Documento sui traffici illeciti e le ecomafie",
approvato dalla Commissione parlamentare d'inchiesta sul ciclo dei rifiuti
il 25 ottobre 2000, viene segnalata l'esistenza di nuove rotte "nord-nord",
dal Piemonte al Veneto e viceversa, che rappresentano una variante, altrettanto
pericolosa, di quelle tradizionali nord-sud, lungo il versante tirrenico
e quello adriatico;
· per quanto riguarda il ciclo del cemento, già nel precedente
rapporto avevamo segnalato il sequestro di imponenti cave abusive di sabbia
a Campobello di Mazara, in provincia di Trapani, gestite direttamente
dal clan del boss latitante Matteo Messina Denaro; anche nel corso del
2000 sono proseguiti i sequestri di cave abusive, ben quattro, estese
per diversi ettari, a testimonianza di un'aggressione che prosegue in
un'area di grande pregio naturalistico e archeologico;
· sul versante dell'abusivismo edilizio, rappresentano una "sorpresa"
i risultati delle indagini della Guardia di finanza in Friuli: durante
un'operazione ribattezzata "Oasi verde", condotta in due comuni
della provincia di Trieste, sono stati sequestrati ben 87 immobili costruiti
illegalmente e sono state denunciate 55 persone;
· nel settore degli appalti pubblici, invece, è da registrare
l'esito, per molti aspetti sconcertante, delle indagini condotte dalla
Direzione investigativa antimafia di Reggio Calabria sui lavori di ampliamento
e messa in sicurezza dell'aeroporto cittadino: il progetto sarebbe stato
falsificato, in modo da salvare dall'abbattimento immobili (appartenenti
a soggetti della criminalità organizzata) che altrimenti sarebbero
rientrati nella fascia di sicurezza e quindi di inedificabilità
assoluta; durante i lavori si sarebbe fatto ricorso a materiali provenienti
da una discarica come "sottofondo" della nuova pista, ovviamente
del tutto inidonei a garantirne la tenuta nelle fasi di decollo e di atterraggio
degli aeri.
Abbiamo voluto segnalare questo episodio specifico perché richiama
una questione sulla quale vorremmo concludere questa premessa. Si tratta
del Quadro comunitario di sostegno 2000-2006, degli investimenti di rilievo
(circa 100mila miliardi di lire) che prevede e della straordinaria opportunità
che rappresenta. A due condizioni: che i progetti, soprattutto per quanto
riguarda le infrastrutture, siano orientati a sostenere un nuovo modello
di sviluppo, davvero ecocompatibile, e che lo Stato, in tutte le sue articolazioni
sia in grado di impedire quello che paventa la Commissione parlamentare
antimafia nella sua relazione sulla Campania: "Gli appalti pubblici
continuano ad essere settore di interesse privilegiato per la camorra,
con il grave pericolo che quanto più lo Stato investirà
nel Mezzogiorno - ed è operazione necessaria e urgente per intervenire
in quel tessuto socio-economico che è alla base della proliferazione
del fenomeno criminale - tanto più la camorra potenzierà
i propri affari". Le conseguenze per il nostro paese sarebbero terribili,
come insegna la storia recente e come confermano episodi come quello di
Reggio Calabria: non solo crescerebbe il potere dei clan ma la stessa
qualità degli interventi, delle opere da realizzare sarebbe gravemente
compromessa.
I numeri e le storie di questo Rapporto Ecomafia 2001 disegnano, insomma,
una situazione difficile, spesso drammatica, nella quale non mancano,
però, come abbiamo cercato di spiegare, segnali in controtendenza,
come quelli che arrivano dai Parchi nazionali. Per la prima volta Legambiente
presenta un quadro delle azioni sviluppate in questi veri e propri presidi
di tutela e di legalità: sono decine le demolizioni di immobili
abusivi effettuate dagli Enti parco, in particolare nell'area vesuviana
e nel Cilento, spesso in sostituzione di amministratori poco coraggiosi;
numerose le discariche abusive sequestrate.
E' un esempio, concreto, di quel progetto di sicurezza ambientale e partecipata
che Legambiente ha sostenuto in questi anni (come dimostra l'istituzione
degli Osservatori Ambiente e Legalità da parte della Regione Basilicata
e, più recentemente, dalla Provincia di Salerno). Un progetto che
è stato, in buona misura, inserito nel Programma operativo Sicurezza
2000-2006 dal quale è legittimo attendersi passi in avanti significativi
per quanto riguarda le attività di controllo, prevenzione e repressione
dei fenomeni criminali, a cominciare dall'ecomafia.
Va, del resto, in questa direzione la nuova "Banca dati ambientale",
gestita dal Nucleo operativo ecologico, che metterà in rete, per
questo specifico settore, tutte le forze del'ordine, l'Agenzia nazionale
per la protezione del'ambiente e quelle regionali.
Si tratta di costruire, in sintesi, un sistema di regole certe e semplici
da rispettare, di sanzioni adeguate per chi le viola, capace d'intrecciarsi
virtuosamente con una strategia di ecosviluppo finalmente degna delle
straordinarie risorse del nostro Paese. "La sicurezza ambientale
- ha scritto il Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi nel messaggio
inviato a Legambiente in occasione del Rapporto Ecomafia 2000 - deve divenire
uno degli obiettivi prioritari per la politica di qualificazione del territorio
e di difesa della sua grande ricchezza naturale, storica e culturale considerata
unica al mondo".
Qualunque sia lo schieramento politico che governerà l'Italia dopo
le prossime elezioni politiche, troverà sul tavolo le proposte
che abbiamo avanzato e sostenuto, invano, negli ultimi cinque anni per
difendere queste ricchezze dall'assalto di ecomafiosi ed ecocriminali:
dall'introduzione dei delitti contro l'ambiente nel codice penale ai nuovi,
più efficaci strumenti di lotta contro l'abusivismo edilizio. Legambiente,
del resto, ha già dimostrato di avere la costanza e la testardaggine
di chi è consapevole di battersi per gli interessi generali del
nostro Paese. Che vorremmo più moderno, più civile e più
pulito.
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