La prima volta che l'ho visto ci sono rimasta male. C'era qualcosa di
inusuale nell'enorme e luminescente cartellone pubblicitario che era spuntato
su Porta Ticinese a Milano, una delle vecchie porte d'accesso della città,
ma non sapevo dire che cosa. E non ho saputo dirlo fino a quando non sono
arrivata a pagina 61 (edizione italiana, 32 mila lire) di "No logo",
il libro di Naomi Klein dedicato al branding, ovvero a come è cambiato
il nostro modo di fare la spesa (anche quella culturale): pensiamo di
comprare merci e invece compriamo marchi (brand, appunto).
Di per sé, quella tra merce e marchio avrebbe potuto sembrarmi
variazione di poco conto in una società come la nostra che ha già
interiorizzato l'onnipresenza del mercato. Se non fosse stato per quel
cartellone luminoso che pubblicizzava, come accadrà anche quest'estate,
l'Heineken jammin' festival, la due giorni di musica non-stop all'autodromo
di Imola.
Musica? Ecco quel che c'era di strano! Il mio (e vostro) cartellone
era la fase finale della lunga marcia dello sponsor che man mano si è
sostituito all'evento ed è diventato esso stesso l'evento. "I
produttori di birra -scrive la Klein a proposito di Molson e Miller, produttori
di birra come Heineken- non sono più soddisfatti di avere il loro
logo sugli striscioni ai concerti rock, ma promuovono un nuovo tipo di
concerto sponsorizzato, in cui le star che si esibiscono vengono completamente
messe in ombra dal marchio che le ospita". Anche se la star si chiama
Vasco Rossi. I giovani non vanno al concerto di Vasco, vanno al concerto
di Heineken. Solo i giovani?
La realtà è che ci hanno sfilato la sedia dove eravamo
seduti e non ce ne siamo neanche accorti. Quest'anno i milanesi in cerca
di un po' di fresco nell'estate ormai tropicale (grande caldo e monsone
quotidiano) non andranno più sulle rive dell'idroscalo ma andranno
all'Idropark Fila, dal nome del nuovo sponsor (e c'è da credere
che i giornali, dando conto degli appuntamenti e degli spettacoli cominceranno
a parlare sempre più di Idropark Fila e prima o poi anche noi ci
dimenticheremo che quello era soltanto l'idroscalo di Milano).
Ma avete per caso protestato quando il vostro palazzetto dello sport,
tutto a un tratto, è diventato Palatrussardi e poi Palavobis? No,
tutti ci siamo messi a chiamare con il nuovo nome questi luoghi. Così
anche chi non ci va (o non porterebbe mai una maglietta con su scritto
-e fa tendenza- il nome del produttore a caratteri cubitali) diventa -rilanciando
il suo nome- un vettore di pubblicità. (P.s. da quest'estate anche
lo storico, un po' fascista e milanesissimo Palalido diventerà
l'Italia on line Stadium!).
Così rischiamo di non avere niente da dire quando, magari in
grazia dell'autonomia scolastica, Swatch o una qualsiasi marca di merendine
sponsorizzerà una scuola elementare e poi chiederà di darle
il nome. Che c'è di male? Se solo la domanda vi si affaccia alla
mente, dovete per forza leggere "No logo", anche se le 450 pagine
del libro non sono sempre un bell'esempio di scrittura. La documentazione
però è ottima, come quando si racconta delle mense scolastiche
Usa: nel 1997, la Twentieth Century-Fox è riuscita a far sì
che i piatti inseriti nei menù delle mense di quaranta scuole elementari
si chiamassero con i nomi dei personaggi del cartone animato 'Anastasia'.
I bambini potevano ordinare un 'sandwich Bartok con costata alla Rasputin'
e 'dolce caramellato al burro d'arachidi Dimitri'. La Disney e la Kellogg's
si sono impegnate in simili promozioni sui menù attraverso School
Marketing, una società che si definisce 'agenzia pubblicitaria
per mense scolastiche'".
Per i marchi, spiega Naomi, "non si tratta di sponsorizzare la
cultura ma essere la cultura". Adesso è chiaro: ecco la posta
in gioco. E siccome "No logo" parla soprattutto "della
scomparsa di uno spazio culturale libero da marchi", l'esempio di
quello che il branding dei produttori di birra ha fatto con i concerti
è uguale a quello che ha fatto la Nike con lo sport: ha sostituito
il marchio alla musica, il suo "swoosh" all'idea stessa dello
sport. Ma lo stesso è avvenuto con le riviste: Benetton non si
è accontentato di fare pubblicità sui media patinati, è
diventato lui stesso una rivista, "Colors": il marchio come
stile di vita, come modo di pensare, di sentire, di mettersi in relazione
con gli altri.
"Così, mentre le riviste assomigliano sempre più
ai cataloghi, i cataloghi assomigliano sempre più a riviste. È
accaduto per Abercombrie&Fitch, J.Crew, Harry Rosen e Diesel".
La Klein ha lavorato 4 anni per confermarsi in quelle che all'inizio
erano soltanto intuizioni: "I grandi sponsor e la cultura che hanno
marchiato con i loro logo si sono fusi per creare una terza cultura: un
universo autoreferente di persone-marchio, prodotti-marchio e mezzi di
comunicazione-marchio" . E la Nike, la regina dei supermarchi, -a
cui nel libro davvero non viene risparmiato niente-, "è come
un grosso Pac-Man, la cui avidità di consumo non è dettata
dalla cattiveria, ma dal riflesso condizionato ad aprire e chiudere le
mascelle".
No logo globalizza la protesta
Brutale ed efficace. Ecco il procedere di "No logo".
Un libro che mette a disagio ("ma guarda dove siamo arrivati"),
regala qualche brivido di auto-euforia (tipo "questo l'avevo intuito
anch'io") fa schierare e suscita iniziative: c'è infatti un
movimento politico che si sta formando e che si oppone al dominio dei
marchi, che poi è quello delle multinazionali. E mentre, di fronte
alla globalizzazione, molte forme di resistenza politica si dimostrano
piccole piccole, questa nuova "resistenza antimultinazionale, condotta
attaccando una dopo l'altra le tendenze di marketing d'avanguardia",
riesce a coalizzare e mobilitare le folle. www.nologo.org
|