LA POLITICA AGRICOLA E L’AGRICOLTURA BIOLOGICA IN ITALIA


Convegno EUROBIO: subito il Piano di Azione Europeo

Roma 20 ottobre 2003
Palazzo Marini – Camera dei Deputati
Intervento:
di Marco Moruzzi Responsabile agricoltura Federazione Nazionale dei Verdi
Consigliere Regionale della Regione Marche
Introduzione alla sessione: “Le politiche nazionali a sostegno del settore biologico”

 

I CONSUMI BIOLOGICI

 

Il prodotto biologico è entrato stabilmente nei consumi delle famiglie italiane. I consumatori abituali sono 1.000.000, una famiglia su 5 spende in media 62 euro all’anno in prodotti biologici, a questi vanno aggiunti i consumatori acquistano saltuariamente il biologico.

 

Nel 2002 il mercato biologico è cresciuto in Italia del 20,7% . I negozi specializzati hanno raggiunto le 1.117 unità (­ più 10% rispetto al 2001), ma la Grande Distribuzione Organizzata (GDO) è diventata il canale largamente prevalente, dato che quasi il 90% degli acquisti delle famiglie passa attraverso i 1700 punti vendita iper e supermercati dove viene venduto quasi il 90% degli acquisti delle famiglie. (266 milioni di euro l’anno).

 

La spesa pro capite nell’ Unione Europea è di 23 euro l’anno, con un tetto di 72 euro in Danimarca, con l’Italia attestata su 19 euro.

 

Analizzando il processo di commercializzazione della GDO si osserva che il biologico rappresenta l’1,6% dell’offerta complessiva di prodotti alimentari del supermercato e che contemporaneamente il biologico costituisce il 3,4% dell’offerta di prodotti a marchio proprio.

Questi elementi ci portano a dire che il biologico dipende come mai in passato dalla grande distribuzione e dalle sue politiche, con tutte le opportunità ma anche i grossi problemi che questa pone allo sviluppo dell’agricoltura e dell’azienda agricola.

 

A questo punto occorre considerare un terzo elemento, nel 2002 per il primo anno i produttori bio sono diminuiti in Italia. La diminuzione è stata importante, il 9%, corrispondente a 5000 aziende agricole. Non sono poche se si pensa che il cuore dell’agricoltura biologica italiana Toscana, Marche, Umbria e Lazio messe insieme hanno 6.800 aziende. In termini di diminuzione della superficie agricola la perdita è di 70.000 ettari (meno 5%) equivalente alla SAU biologica della Toscana.

 

 

                                   Ettari                     variaz 2002/2001       SAU bio/SAU totale  

SAU biologica        1.168.000                          - 5,0 %                           7,8 %

Foraggi                      289.000                           -27,4 %

Prati e pascoli            261.000                              8,4 %

Cereali                       228.000                               3,1 %                        7,2 %

Olivo                         102.000                             -15,0 %                       8,7 %

Frutta                          66.000                             -19,4 %

Vite                             37.000                             -15,0 %                       4,2 %

Colture industriali       23.000                             -25,0 %

Ortaggi                        12.210                              11,0 %                       3,0 %

 

 

Ciò è avvenuto in una fase di forte aumento dei consumi e della richiesta (sia sul mercato interno che per l’export) e, non dimentichiamolo, in presenza di un obiettivo politico del governo di raggiungere la quota del 15% della SAU italiana a biologico entro il 2005.

Dopo una crescita ininterrotta potrebbe trattarsi di un fenomeno di consolidamento, dovuto certamente alla mancanza di contributi nel passaggio tra il regolamento 2078 e la misura F2 dei Piani di Sviluppo Rurale (PSR) in realtà associando il dato dell’accresciuta dipendenza del biologico dalla GDO si può dire che lo sbocco di mercato che dovrebbe costituire la principale fonte di entrata per le aziende agricole non è in mano a soggetti che hanno come finalità quella di costituire uno sbocco per le produzioni nazionali o garantire una adeguata remunerazione alle aziende agricole.

 

IL BIOLOGICO INDIETREGGIA?  IL GAP DELLE POLITICHE STRUTTURALI.

 

In realtà il sistema di commercializzazione a filiera lunga moltiplica per tre e talvolta anche per quattro i prezzi dalla produzione al consumo e questo non favorisce né gli agricoltori, ne il consumo.

Assistiamo pertanto:

1)      ai primi passi del fenomeno di de localizzazione dell’agricoltura biologica e della crescita dell’importazione di materie prime;

2)      al permanere del meccanismo per cui gran parte delle aziende che percepiscono contributi per l’agricoltura biologica non destinano il proprio prodotto alle filiere biologiche, ma lo mescolano con il convenzionale e quando gli aiuti non sono più disponibili sono le prime ad uscire dal biologico.

 

Il tema della delocalizzazione non va sottovalutato se si pensa che L’Unione Europea, che pure conta 150.000 aziende   quest’anno è stata superata in termini di superficie biologica dal Sudamerica. Mentre in termini di vendite gli Usa guidano la classifica con un mercato di 13 miliardi di euro. L’Unione Europea a 15 si aggira sui 10 miliardi di Euro.  Il resto d’Europa non arriva ad 1 miliardo di euro. (stime Ifoam)

 

Unione Europea                4,5 milioni di ettari

Sud America                      4,7  milioni di ettari

Australia                          10,5 milioni di ettari

 

 

Non si tratta quindi di una semplice questione di riduzione dei fondi disponibili, ma della insufficienza di politiche strutturali di accompagnamento degli aiuti quinquennali alla gestione, per consolidare un rapporto delle aziende beneficiarie delle vecchie misure di accompagnamento della PAC (Reg. 2078/92) con le filiere biologiche.

Chi dopo 5 anni di aiuti non è riuscito ad avviare un processo di trasformazione del prodotto (aziendale o associato) che permetta di trarre dalla trasformazione e commercializzazione del prodotto biologico un valore aggiunto più rilevante dell’aiuto finanziario della misura F2 del PSR è in molti casi un candidato in pectore per la fuoriuscita dal biologico.

 

Questo, a mio avviso, è l’elemento centrale che deve muovere le nostre riflessioni sulle politiche nazionali per il biologico, il legame tra interventi di aiuto alla gestione (come la F2) ed interventi strutturali destinati alla fidelizzazione dell’azienda agricola alla produzione biologica.

Gli aiuti al biologico non possono diventare un fattore di integrazione dei bilanci aziendali, ma uno strumento che accompagna la riconversione verso un nuovo assetto produttivo.

Condivido pienamente l’ottimo ed articolato documento che l’Aiab ha fatto circolare nei giorni scorsi, ritengo tuttavia opportuno sottolineare l’importanza di questa riflessione sulla quale il documento non pone l’attenzione.

 

Le azioni della Misura F2 devono obbligatoriamente essere affiancate ad un progetto strutturale di filiera, interagendo pertanto nei Piani di Sviluppo Rurale almeno con  misure come: A (investimenti nelle aziende agricole), G (trasformazione e commercializzazione), M (commercializzazione dei prodotti agricoli di qualità), P (diversificazione delle attività del settore agricolo), S (incentivazione delle attività turistiche ed artigianali), V (ingegneria finanziaria).

Sintomatico è il fatto che la misura “V” relativa alla ingegneria finanziaria, una tra le più innovative e proiettate nel futuro dato che dovrebbe facilitare l’accesso al credito per le imprese agricole, è stata attivata da appena 6 Regioni e province autonome su 21. Questo è uno strumento indispensabile per i settori che investono e può in parte surrogare la scarsità di risorse pubbliche per gli aiuti agli investimenti, consentendo l’accessione di mutui a medio e lungo termine che agli attuali tassi di interesse posso aiutare di più di un contributo a fondo perduto o possono aiutare le aziende che hanno già raggiunto i massimali di aiuto previsti dalle disposizioni nazionali e comunitarie.

Le politiche per l’agricoltura continuano ad essere, per troppe imprese, ancora “vecchie e poco caratterizzate dalla programmazione pluriennale”. Si vive la strategia aziendale anno per anno, così come si fa con la PAC quando si sceglie cosa coltivare in base all’entità del contributo.

Aiuti agli investimenti ed aiuti alla gestione non possono marciare disgiunti.

 

Il pericolo è che la Misura F2, la cui importanza va riconosciuta senza sottovalutazioni, si trasformi per molte aziende agricole soltanto in un aiuto aggiuntivo alla PAC piuttosto che in uno strumento di definitiva riconversione produttiva.

Serve quindi per il futuro una politica per il biologico più avanzata ed incisiva di quella attuale, selettiva nelle aziende da finanziare, capace di rafforzare il processo di crescita della filiera nazionale e ridurre la separazione tra chi produce, chi trasforma e chi commercializza il prodotto, così da distribuire anche sugli agricoltori il valore che si aggiunge lungo la filiera. In caso contrario c’è da aspettarsi che cresca la trasformazione di prodotto biologico di provenienza estera, anche per produzioni vocate per il nostro territorio, come nel settore convenzionale accade per l’olio di oliva.

 

C’è il rischio che anche ottenendo rilevanti risorse per la F2, avremmo ancora troppe aziende che permangono nel biologico solo fino alla fine del periodo di sostegno. Da una analisi dell’utilizzazione dei PSR emerge che le Misure F (F1 ed F2) hanno assorbito il 50% delle risorse dei Piani di Sviluppo Rurale. Non bastano le risorse assegnate? Oppure non bastano gli interventi delle Misure F da sole?

In conclusione la F2, da sola non basta, anzi da sola rischia di diventare un boomerang per il biologico. Più opportuno sarebbe invece cancellare dai PSR la Misura F1 (agricoltura a basso impatto ambientale) sia per destinare tutte le risorse della misura F alla F2, sia per porre l’agricoltore di fronte alle due alternative: o biologico o convenzionale.  Il basso impatto ambientale deve essere considerato un requisito di accesso alla PAC non un motivo per l’accesso ad aiuti aggiuntivi. La cancellazione della Misura F1 dal PSR è una soluzione già adottata in alcune realtà, ad esempio nelle Marche dove agricoltori biologici e Verdi hanno ottenuto tale decisione a partire dall’entrante annata agraria.

 

Analizzando i dati sulla utilizzazione delle misure UE, sia quelli precedenti al Reg. 1257/99, che quelle relative al nuovo Quadro Comunitario di Sostegno (QCS) si rileva una propensione delle Regioni ad utilizzare i fondi soprattutto negli aiuti alla gestione ( misura B premio giovani, misura E indennità compensativa, misura F agroambientali) e marginalmente negli investimenti. Le misure B, E ed F su 22 disponibili sono le uniche che sono state attivate da tutte le Regioni!  Questo rende più veloce la spesa, ma riduce gli effetti a medio termine della spesa pubblica in agricoltura.

 

 

 

 

 

LA RIFORMA DELLA PAC ED IL BIOLOGICO

 

La riforma di medio termine della Pac non aiuta il biologico, alcuni elementi positivi non sono certamente sufficienti al raggiungimento dell’obiettivo del 15% al 2005 senza forti correttivi nazionali poiché la riforma:

1)      non ha trasferito sufficienti risorse dall’aiuto Pac al cosiddetto pilastro strutturale dello Sviluppo Rurale (solo più 5% a regime nel 2007)

2)      non mette in discussione il modello agricolo, riconoscendo che il biologico funziona e non è relegabile nella nicchia

3)      ha definitivamente archiviato gli indirizzi della Conferenza di Cork, che nella penultima riforma erano stati in gran parte accantonati per opportunità politica, indirizzi che valorizzavano la funzione ambientale dell’agricoltura indirizzandola verso una marcata ecosostenibilità.

 

Il disaccoppiamento dei premi della nuova PAC dai comportamenti ed il calcolo del premio sulla base dei premi PAC percepiti in passato dalle aziende, penalizza i produttori biologici che praticano le rotazioni con foraggi che non percepiscono premio. In tali condizioni è facile comprendere che se viene meno l’aiuto della misura F2 le aziende biologiche percepiranno un sostegno inferiore a quello del passato e verranno favoriti coloro che hanno praticato agricoltura convenzionale senza rotazioni astronomicamente corrette, i cosiddetti “coltivatori di contributo” che ogni anno hanno scelto di coltivare ciò che consentiva di incamerare il più elevato contributo Pac.

 

Un parziale, ma a questo punto indispensabile rimedio, può venire dall’art.59 che da la possibilità ad ogni Regione di istituire un pagamento unico uguale per tutti gli agricoltori di un’area omogenea, indipendentemente dal comportamento nel periodo di riferimento, includendo anche le superfici foraggiere altrimenti escluse. Questa soluzione va sostenuta e difesa come strategia nazionale.

L’art.68 prevede invece la possibilità di costituire un fondo, fino al 10% del massimale nazionale degli aiuti diretti che permette di riaccoppiare a delle stringenti misure ecologiche, sociali ed occupazionali i premi percepiti dalle aziende. Tale fondo potrà essere utilizzato per pagamenti supplementari a tipi specifici di agricoltura. (tra questi è previsto anche il tipico, che occorrerà seguire con attenzione per evitare diventi un ulteriore motivo di espansione del falso tipico che è tanto cresciuto in questi ultimi anni).

Molto dipenderà dai requisiti richiesti alle aziende  per l’accesso al fondo.

 

LE LEGGI REGIONALI, GLI STRUMENTI DI INTERVENTO STATALE ED IL BIOLOGICO.

Proposte

16 tra Regioni e Province Autonome hanno leggi regionali sull’agricoltura biologica. 5 (Abruzzo, Puglia, Campania, Calabria e Sicilia) non ne hanno nonostante il definitivo passaggio delle competenze in materia di agricoltura alle Regioni con la riforma del titolo V della Costituzione.

Tra l’altro singolare è il fatto che nonostante questo in agricoltura si assista ad un progressivo riaccentramento delle funzioni e delle risorse a livello ministeriale.

Le disposizioni sono quasi tutte precedenti all’anno 2000 ad evidenziare che l’entrata in vigore delle misure agroambientali (Reg. 2078) ha sottratto motivazioni alle Regioni, tanto è vero che spesso queste leggi operano senza finanziamento o con poche risorse proprie. Eppure esiste ancora l’esigenza di aggiornare le norme regionali per intervenire su assistenza tecnica, associazione dei produttori ed organizzazione dei produttori (OP), educazione alimentare ed informazione del consumatore, introduzione di cibi biologici nelle mense scolastiche, realizzazione di progetti pilota, cofinanziamento di particolari interventi strutturali, ricerca sperimentazione e divulgazione agricola, aiuti per la tracciabilità e la certificazione ecc…  Azioni in alcuni casi finanziati con stanziamenti statali anche da Programmi Interregionali.

Questa necessità è evidenziata dal fatto che in alcune realtà, come l’Umbria, agricoltori biologici e Verdi stanno presentando una proposta di legge di iniziativa popolare per aggiornare la Legge Regionale in vigore ritenuta superata.

 

Sul terreno delle nuove iniziative è necessario che il Piano di Azione Italiano:

  • non diventi uno strumento di riaccentramento della gestione delle politiche agricole in capo allo Stato, ma che costringa ed aiuti tutte le Regioni a garantire su tutto il territorio dei livelli minimi di assistenza allo sviluppo dell’agricoltura biologica.
  • Contemporaneamente alle Regioni va chiesto di garantire una quota di interventi strutturali destinati alla trasformazione e commercializzazione delle produzioni sotto il controllo diretto degli agricoltori ed interventi di filiera breve
  • E’ qui il caso di prevedere strumenti per favorire la produzione e la valorizzazione della materia prima biologica proveniente dal nostro territorio e la riconoscibilità della provenienza del prodotto al consumo.
  • Va agevolata la costituzione di Organizzazioni Professionali del biologico per beneficiare delle normative previste dal Reg.2200/96 del settore e dal Decreto Leg.vo 228/2001
  • Altro elemento cruciale è l’accelerazione della conversione della zootecnia al biologico (non ci dimentichiamo che è la zootecnia che fa i grossi numeri dell’agricoltura  (14.700 milioni di Euro che costituiscono il 33,8% del valore della produzione agricola italiana) e che grazie alla separazione tra agricoltura è zootecnia è dilagato l’uso della chimica nei campi, con effetti devastanti sull’ambiente. Il biologico deve riportare la zootecnia estensiva nel territorio
  • E’ necessario un’azione specifica per favorire la produzione di  sementi biologiche  e la produzione e conservazione della biodiversità anche attraverso il diritto degli agricoltori di riprodurre in proprio le antiche varietà e finanziare i progetti di conservazione in situ.

 

CONCLUSIONI

IL BIOLOGICO ED IL PERICOLO OGM

 

Tutto questo ragionamento non avrebbe alcun senso se il grave pericolo che si profila all’orizzonte, quello della contaminazione dell’agricoltura italiana con gli ogm non sarà fermato. L’emergenza OGM verificatasi quest’anno in Italia non ha portato all’individuazione di tutto il mais transgenico seminato nel territorio poiché sono state controllate ed individuate soltanto le sementi appartenenti ad appena il 10% dei lotti commercializzati in Italia, mentre per il restante 90% dei lotti non è stata effettuata alcuna analisi qualitativa o quantitativa. E’ ragionevole pertanto pensare che numerosi lotti di sementi non controllate fossero contaminati. Inoltre abbiamo la certezza che una parte delle sementi appartenenti ai lotti contaminato sono state vendute agli agricoltori e seminate a pieno campo senza che le autorità preposte riuscissero ad individuarne il luogo di semina per il solo motivo che queste sementi sono state vendute agli agricoltori con scontrino anziché con fattura. Questo fatto ha determinato l’incompletezza della ricerca. Da questa esperienza deve conseguire che a partire dalle prossime campagne di semina tutti i lotti di sementi di mais e soia dovranno essere controllati prima di essere introdotti in Italia e commercializzati.

 La convivenza tra biologico ed ogm è tecnicamente impossibile, così come è economicamente folle pensare che il consumatore sia disponibile a mantenere elevati i consumi di prodotti biologici (spesso caricandosi di maggiori costi rispetto al convenzionale) se il biologico non saprà garantire l’ogm free.

Per uccidere il biologico l’introduzione di qualsivoglia soglia di tolleranza per gli ogm è la strada maestra.

L’80% dei consumatori non vuole ogm, i consumatori di biologico li vogliono ancor meno. L’introduzione della convivenza è una strategia che porta alla contaminazione certa di tutta l’agricoltura ed alla condanna a morte del biologico, una imposizione che colpisce in blocco quell’8% dell’agricoltura italiana che ha scelto di essere biologica, e nega il principio di libera scelta che viene richiamato proprio nelle disposizioni con cui si vuole consentire di superare gli attuali divieti di coltivazione di piante geneticamente modificate.

 


Marco Moruzzi



 



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