OGM: chi decide per la salute dei consumatori?

Indispensabili alla vita e con un impatto diretto sulla salute e sul benessere dell'uomo, gli alimenti presentano una peculiare e complessa problematica quanto alla sicurezza di quelli prodotti con tecnologie innovative e quindi non più provenienti dalla tradizionale filiera "dal produttore al consumatore" bensì da quella biotecnologica "dal laboratorio al consumatore". Nel settore delle biotecnologie, infatti, ai comuni problemi della sicurezza alimentare si accompagnano una pluralità di implicazioni bioetiche, sociali, giuridiche, ambientali, economiche e non ultime comunicazionali. In un mondo in cui i media hanno un ruolo sempre più essenziale nella formazione dell'opinione pubblica assumono, infatti, sempre più rilevanza le modalità con le quali le problematiche relative alla sicurezza alimentare vengono diffuse fra i non addetti ai lavori. Alcune eclatanti vicende sia attuali, come l'incombente tragedia della mucca pazza, sia di un recente passato, quali i cosiddetti scandali del vino al metanolo, dei polli alla diossina, hanno dimostrato e tuttora testimoniano non solo l'importanza di una corretta informazione sulla sicurezza alimentare, ma, altresì, la difficoltà di non creare, in quello smisurato pubblico che è il mondo dei consumatori, ingiustificati allarmi e pericolosi quanto diffusi climi di sospetto, di per sé capaci di creare verticali cadute nella vendita di taluni prodotti con immediate crisi di interi settori dell'economia. Se è vero, infatti, che nella comunicazione di massa certe immagini quali quelle di una povera mucca che non riesce a mantenere l'equilibrio nel fango di una stalla, possono trovare apparente giustificazione nella necessità di catturare l'interesse del pubblico degli spettatori o dei lettori; è però, anche vero che a tale ruvidità dell'informazione deve necessariamente seguire un corretto approfondimento tecnico, semplice nel suo proporsi quanto efficace nella sua finalità di correggere le eventuali distorsioni provocate da notizie od immagini di grande quanto pericoloso effetto.
Forse mai come in questi ultimi mesi i cittadini dell' Unione europea si sono resi conto non solo dell'importanza, ma anche dei limiti, positivi e negativi, che si accompagnano a tale loro "status" così interrogandosi su come in effetti funzioni questa realtà sopranazionale. Se è vero, quindi, che da una problematica di settore, quale quello della sicurezza alimentare, sembra aver preso concreto avvio il crearsi nei cittadini del vari Stati membri di una vera coscienza europea; è, altresì, vero che la tragedia di oggi deve essere anche occasione per il concreto quanto immediato avvio di una migliore informazione su tutte le problematiche europee. Se Unione Europea vuol dire ed ancor di più significare in futuro maggiore sicurezza, trasparenza, uguaglianza per tutti, è allora necessario far capire a chi della stessa ne è cittadino quali sono i suoi meccanismo di funzionamento e quali sono gli organi addetti al controllo del suo corretto svolgimento. Nel settore della sicurezza alimentare sarà, come del resto già lo è, necessario che produttori, industriali e consumatori siano tutti chiaramente informati, sia pure con differenziali livelli di conoscenza, su chi è competente a provvedere in determinate materie come ad esempio
fare test di sicurezza o vagliare i brevetti per nuovi prodotti, e ciò non perché sono questi i campi scientifici che oggi più frequentemente sono oggetto di grande interesse da parte dei media, bensì perché solo così potrà essere garantito quel rispetto delle regole che costituisce l'unica difesa non solo del produttore rispettoso delle stesse ma anche del consumatore, anello terminale fra i più deboli di una catena che lega fra loro interessi diversi e fra loro molto spesso confliggenti specie se riguardano l’applicazione di quei molteplici processi raggruppati sotto il nome di “tecniche di ingegneria genetica”.
Una delle prime applicazioni dell'ingegneria genetica ha riguardato il trasferimento di geni tra specie vegetali non incrociabili, e negli ultimi cinque anni il trend di settore ha registrato uno spostamento crescente della ricerca dal settore sanitario e farmaceutico a quello dell'agricoltura e dell'alimentazione. Si prevede che nel 2005 il settore agroalimentare rappresenterà da solo il 65% della produzione biotecnologica totale. Per avere una dimensione del fenomeno cui stiamo assistendo può essere sufficiente il dato che ad oggi gli ettari coltivati con piante transgeniche sono ben 40 milioni vale a dire una superficie pari a circa tre volte quella attualmente coltivata nel nostro Paese. Al rapido incremento delle coltivazioni transgeniche si è ovviamente accompagnata la preoccupazione relativa agli effetti derivanti dall'introduzione di queste nuove tecnologie nella filiera alimentare. I primi ad intravedere e segnalare i potenziali rischi legati all'ingegneria genetica applicata al settore agro-industriale sono stati gli stessi genetisti, consapevoli delle intrinseche incognite connesse al livello di non conoscenza di tutte le possibili implicazioni derivanti da operazioni d'inserimento dei geni. Si conosce, infatti, bene il gene e la sua funzione, si conosce bene l'ospite, ma non si conoscono altrettanto bene le interazioni tra gene ed ospite, nonché tra l'ospite modificato e l'ambiente. D'altro canto non potrebbe essere diversamente, atteso che l'ingegneria genetica è scienza relativamente giovane e conseguentemente non è oggettivamente possibile conoscere gli effetti a medio e lungo termine sull'ecosistema, sull'ambiente e sugli esseri viventi. Proprio per questa ragione, i rischi potenziali legati al consumo, sia da parte degli uomini sia degli animali, di alimenti prodotti direttamente o indirettamente da piante transgeniche debbono essere attentamente e criticamente considerati e, laddove possibile, quantificati. A differenza d'altri rischi quali quelli conseguenti l'impiego d'additivi, pesticidi, farmaci veterinari o la presenza di contaminanti chimici e microbiologici che sono certamente conosciuti e possono comunque essere ridotti e/o controllati, nel caso degli "ogm", cioè degli organismi geneticamente modificati, ci troviamo di fronte ad organismi che si autoriproducono ed interagiscono con altra materia vivente in modo non sempre puntualmente prevedibile. Da qui l'esigenza, avvertita invero in tutti i Paesi tecnologicamente avanzati, di adottare norme regolatrici per una materia così complessa ed articolata affinché gli sviluppi tecnologici avvengano in condizioni di sicurezza ambientale, agricola e alimentare.
In materia di bioteconolgie la prima normativa adottata in Italia, nel solco per altro di quella europea, è stata quella contenuta nei Decreti Legislativi nn. 91 e 92 del 3/3/93. Con il primo decreto, infatti, oltre ad essere state fissate le misure di sicurezza da adottare per le attività di ricerca che prevedano l'uso di microrganismi modificati (virus, batteri, funghi, muffe e lieviti) in laboratori, serre, impianti industriali, sono stati anche disciplinati i piani che gli utilizzatori devono mettere in atto in situazione d'emergenza, cioè in tutti i casi in cui vi sia il rischio di un'accidentale fuga di tali microrganismi nell'ambiente. Con il secondo decreto è stata regolamentata l'emissione nell'ambiente d'organismi geneticamente modificati, richiedendosi così una preliminare valutazione del rischio connesso a tali emissioni, e conseguentemente subordinando qualsiasi rilascio di "ogm", sia esso a scopo di ricerca e sviluppo o commerciale, alla preventiva autorizzazione del Ministero della Sanità. Chiunque intenda, pertanto, effettuare un rilascio di "ogm" nell'ambiente deve presentare un'apposita notifica al predetto Ministero trasmettedone copia a quello dell'Ambiente. Unitamente alla notifica deve essere presentato il cosiddetto Snif (Summary Notification Information Format), una sorta di “libretto di circolazione”, che il Ministero della Sanità deve poi trasmettere, in caso di giudizio positivo, alla Direzione Generale XI (Ambiente) della Commissione Europea, che a propria volta lo invia alle Autorità competenti degli altri Stati membri affinché possano formulare obiezioni o chiedere chiarimenti. Tutte le notifiche pervenute al ministero della Sanità vengono sottoposte ad un'istruttoria preliminare alla quale collaborano l'Istituto Superiore di Sanità ed esperti dei Ministeri dell'Ambiente e delle Politiche agricole e forestali. I risultati dell'istruttoria vengono poi sottoposti alla valutazione della Commissione Interministeriale di coordinamento delle Biotecnologie (CIB), che accoglierà la richiesta solo in presenza di sufficienti garanzie di sicurezza. Ove la richiesta d'autorizzazione riguardi, viceversa, l'immissione in commercio di un "ogm" la procedura, per quanto di competenza nazionale, è in pratica sovrapponibile a quella precedentemente descritta eccezion fatta per la documentazione tecnico-scientifica che deve, in tal caso, contenere anche una relazione valutativa della fase sperimentale di rilascio nonché le condizioni d'impiego e una proposta d'etichettatura e di imballaggio. Completamente diversa è, viceversa, la parte comunitaria della procedura di approvazione. Raccolte le osservazioni degli altri Stati membri, che hanno 60 giorni per inviarle, la Commissione predispone una bozza di decisione con le indicazioni relative alle modalità d'uso, all'imballaggio ed all'etichettatura, sulla quale tutti gli Stati membri si esprimono con valutazione scritta. In presenza d'obiezioni da parte anche di uno solo di quest'ultimi, la bozza deve essere sottoposta al vaglio di un apposito Comitato (art. 21 della Dir. 90/220/CEE.), che ove non raggiunga l'accordo rimette la decisione al Consiglio dei Ministri UE, che delibera a maggioranza qualificata. Quest'ultimo scenario è il più frequente ed è questa la ragione per la quale i tempi di decisione si sono sino ad oggi abitualmente dilatati in modo eccessivo, con la negativa conseguenza, fra l'altro, di aver creato nel corso degli anni uno squilibrio notevole tra le autorizzazioni concesse per rilasci sperimentali e quelle accordate per l'immissione in commercio. Peraltro ad una procedura così lunga e complessa non corrisponde, come si sarebbe portati a credere, una maggiore garanzia di sicurezza. Il ritardo accumulato dell'UE rispetto ad altri Paesi in materia di "ogm" non è, infatti, dovuto ad una diversa o più accurata valutazione della loro sicurezza, ma piuttosto alla mancanza di un'effettiva e convergente volontà dei Paesi membri di fornire alla Commissione europea e ai suoi Servizi, la necessaria autonomia decisionale e gli strumenti tecnico-organizzativi indispensabili per un'efficace gestione delle procedure. Se è vero che proprio in relazione agli "ogm" si è fatta sentire, in tutta la sua preoccupante gravità, la mancanza di quell'Agenzia di Sicurezza Alimentare europea invocata da Prodi nel suo discorso d'insediamento a Presidente della Commissione; è anche vero che sono le stesse diverse modalità con le quali ciascun Stato membro ha regolamentato il settore degli "ogm", a contenere i prodromi della successiva farraginosità del procedimento autorizzativo comunitario. In questo scenario si è innestato nel 1997 il Regolamento 258/97/CE concernente l'immissione sul mercato di nuovi prodotti e nuovi ingredienti alimentari comunemente indicati come "novel foods". L'introduzione di questo Regolamento ha, di fatto, separato le procedure di valutazione d'impatto ambientale da quelle di della sicurezza d'uso nell' alimentazione umana ed animale. Presso il Ministero della Sanità, unica autorità competente in materia nel nostro Paese, le notifiche relative agli "ogm" fanno, infatti, capo ad un dipartimento diverso, e precisamente, a quello degli alimenti, nutrizione e della sanità pubblica veterinaria, ed è differente anche la Commissione di coordinamento interministeriale. Questa suddivisione, in due organismi indipendenti e coordinati (?), delle valutazioni di sicurezza ambientale e di sicurezza alimentare rispecchia, per altro, quanto avviene a livello comunitario, dove la prima fa capo alla D.G. XI (Ambiente) e la seconda alla D.G. III (Industria e Mercato). Al Regolamento è poi seguita la raccomandazione 618/97/CE che ha stabilito quali informazioni scientifiche debbano essere presentate a sostegno della domanda d'autorizzazione all'immissione sul mercato di nuovi prodotti e nuovi ingredienti alimentari. Al fine di snellire le procedure d'autorizzazione all'immissione sul mercato di quest'ultimi e, conseguentemente, di colmare il già evidenziato divario formatosi tra rilasci sperimentali ed immissioni in commercio, nella suddetta Direttiva è stata introdotta la nozione di "equivalenza sostanziale" in base alla quale se un nuovo prodotto o un nuovo ingrediente alimentare è giudicato "sostanzialmente equivalente" ad un prodotto o ad un ingrediente alimentare già esistente e, quindi, " tradizionale" anche il primo può essere considerato altrettanto sicuro quanto il secondo.Va però realisticamente posto in evidenza che lo strumento dell'equivalenza sostanziale, esteso a tutti i prodotti alimentari derivanti da fonti e da processi non convenzionali, non corrisponde ad una valutazione della sicurezza o del valore nutritivo, ma è solo un'analisi comparativa di un nuovo prodotto e del suo omologo tradizionale. Come tale principio d'equivalenza sia stato, prima ancora che recepito, portato a conoscenza dell'opinione pubblica europea, cioè del comune sentire di che istintivamente ritiene di aver diritto ad un approvvigionamento alimentare adeguato, sicuro e nutriente, è una problematica di notevole rilevanza sociale,economica e giuridica.Sotto quest'ultimo aspetto va ricordato che se da un lato è vero che il coinvolgimento del consumatore nella gestione dei problemi che direttamente incidono sulla sua salute ne favorisce l'educazione alimentare e stimola quindi un consumo responsabile; e se è, altresì, vero che il cambiamento della politica americana per la regolamentazione delle biotecnologie costituisce sintomatico riconoscimento dell'inviolabilità dell'opinione dei consumatori; è, allora, altrettanto vero che sembrano ormai maturi i tempi a chè l'U.E. porti a compimento l'elaborazione di quella Carta dei Diritti fondamentali dei suoi cittadini, per la quale il Parlamento europeo ha già previsto l'istituzione di un apposito organo, nella stessa includendo l'espressa tutela dei diritti relativi alla protezione dell'ambiente, dell'integrità personale e della libertà di autodeterminazione, anche alimentare, con diretto riferimento alle problematiche connesse alla biotecnologie. Le enormi potenzialità della ricerca scientifica in tale settore, la facilità di diffusione dei suoi prodotti, le positive valenze economico-commerciali di quest'ultimi rendono, infatti, sempre più indispensabile la formulazione di regole precise che costituiscano punti di riferimento certi per le ricerche, per le industrie del settore, per gli organismi ai quali è demandato il controllo, ma, soprattutto, per tutti i cittadini in genere, perché indispensabile presupposto di un ordinato e vantaggioso sviluppo del settore è proprio la certezza dei diritti di quest'ultimi, per cui appare evidente come la loro definizione a livello di legislazione europea sia una primaria quanto urgente necessità.


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